I CORRELATI PSICOLOGICI DEL VOLONTARIATO 

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Nella società contemporanea, si riscontra talvolta una tendenza all’individualismo che rischia di comportare il primato dell’interesse personale sul bene collettivo. Ciò nonostante, esistono organizzazioni non profit impegnate attivamente nel sostenere persone in difficoltà: poveri, malati, discriminati ed emarginati. Tale forma di solidarietà sociale, comunemente definita volontariato, è diffusa e non di rado indagata dalle scienze psicologiche. In particolare, gli studi si focalizzano sulle motivazioni e sui tratti di personalità del volontario, così come sugli effetti del comportamento prosociale.

Prima di approfondire la letteratura in tema di volontariato, è necessario proporne una definizione. Il volontariato può essere considerato “una forma di comportamento prosociale pianificato e mantenuto nel tempo, volto a beneficare gli altri e sviluppato all’interno di un setting organizzativo” (Pozzi & Marta, 2006, p. 175). Come anticipato, uno dei primi interessi dei ricercatori concerne l’origine di tale comportamento. Le motivazioni sottostanti all’azione volontaria sembrerebbero essere sei: (1) protezione (desiderio di ridurre emozioni negative quali il senso di colpa), (2) valori (ideali quali l’uguaglianza e la giustizia), (3) socializzazione (estensione della propria rete di conoscenze), (4) comprensione (conoscenza del mondo e delle persone), (5) carriera (acquisizione di esperienza e competenza in ottica lavorativa) e (6) crescita (in termini di autostima e autoefficacia) (Clary & Snyder, 1999). Viste le differenze tra le sei motivazioni descritte, è prassi comune distinguere tra due approcci motivazionali: quello self-oriented, che comprende motivazioni strumentali tese all’acquisizione di esperienza personale e professionale, e quello other-oriented, che include invece motivazioni prosociali e valoriali. Solitamente nell’individuo coesistono entrambi gli approcci, sebbene sia quello other-oriented a determinare un impegno protratto nel tempo (Guglielmetti & Marta, 2003). In quest’ottica, sono state indagate le caratteristiche personali del volontario, ovvero elevata motivazione intrinseca (piacere e interesse personale per l’attività), migliore rendimento scolastico nei giovani volontari, notevole aspirazione e soddisfazione lavorativa negli adulti, infine ottimi livelli di autostima, autoefficacia e ottimismo. Tuttavia, non è sempre chiaro se questi elementi siano causa o effetto dell’azione volontaria (Pancer, Pratt, Hunsberger, & Alisat, 2007). Inoltre, in riferimento agli adolescenti e giovani adulti è necessario sottolineare l’influenza del contesto relazionale, dal momento che le caratteristiche della famiglia e del gruppo dei pari possono promuovere o inibire l’assunzione del comportamento prosociale (Boccacin, 2003). Ad ogni modo la maggior parte degli studi condotti pone l’attenzione sugli effetti positivi che possono derivare dal volontariato. Secondo la ricerca, esso faciliterebbe la socializzazione e l’inserimento nella comunità di riferimento così come l’impegno politico, la partecipazione civica e lo sviluppo morale (Pozzi & Marta, 2006). Il volontariato rappresenta dunque un fattore di protezione rispetto al disadattamento psicosociale. Difatti, le persone impegnate in simili attività presentano minori problemi comportamentali e relazionali. Altrettanto minore nei giovani volontari, è il rischio di abbandono scolastico (Youniss & Yates, 1997; Uggen & Janikula, 1999). Il volontariato contribuisce quindi a promuovere la salute mentale incrementando l’autostima, l’autoefficacia, le emozioni positive, la tolleranza alle frustrazioni, l’empatia, il rispetto e l’interesse per la collettività. La persona è maggiormente in grado di gestire lo stress e di contrastare i fattori di rischio psicosociale, potendo contare su un’ampia e significativa rete relazionale. Di conseguenza, il volontariato garantisce anche buoni livelli di salute fisica globale sebbene non possa migliorare le condizioni di individui malati (Wilson & Musick, 1999).

In una società in cui il guadagno riveste notevole importanza, il volontariato potrebbe sembrare un’attività poco sensata e ricercata. Infatti, l’impegno e lo sforzo della persona sono diretti ad altri e non retribuiti. Tuttavia, gli studi a riguardo forniscono valide spiegazioni del perché una persona possa beneficiare del volontariato. Ferma restando l’importanza di ciascuna forma di sostegno, si considera autentico il volontariato mosso dal desiderio, intrinseco e gratuito, di donarsi all’altro. Come descritto, una simile solidarietà perdura nel tempo risultando generativa.

Di Filippo Tonon

filippo.tonon@hotmail.it

BIBLIOGRAFIA

Boccacin, L. (2003). Il quadro di riferimento teorico: il ruolo della famiglia di origine, degli amici e delle organizzazioni di volontariato nel processo di costruzione dell’identità adulta. In L. Boccacin & E. Marta (a cura di), Giovani-adulti, famiglia e volontariato. Milano: Unicopli, 154-182.

Clary, E.G. & Snyder, M. (1999). The motivations to volunteer: Theorical and practical considerations. Current Directions in Psychological Science, 8(5), 156-159.

Guglielmetti, C., & Marta, E. (2003). La matrice familiare dell’impegno di giovani volontari: Uno studio esplorativo. Giovani volontari, 196-230.

Pancer, S. M., Pratt, M., Hunsberger, B., & Alisat, S. (2007). Community and political involvement in adolescence: What distinguishes the activists from the uninvolved?. Journal of Community Psychology35(6), 741-759.

Pozzi, M., & Marta, E. (2006). Determinanti psicosociali del volontariato durante la transizione all’età adulta. Psicologia sociale1(1), 175-196.

Uggen, C., & Janikula, J. (1999). Volunteerism and arrest in the transition to adulthood. Social forces78(1), 331-362.

Wilson, J., & Musick, M. (1999). The effects of volunteering on the volunteer. Law and contemporary problems62(4), 141-168.

Youniss, J., & Yates, M. (1997). Community service and social responsibility in youth. Chicago: University of Chicago Press.

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