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Avere vent’anni è destreggiarsi tra desideri, responsabilità e aspettative; è non capire o capire troppo e non sapere come gestirlo; è voler vivere intensamente ma trovarsi a fare i conti con quelle cose da “grandi” che ora tanto da grandi non sono più.
La confusione caratteristica di questo periodo trova una spiegazione nella teorizzazione da parte di Jeffrey Arnett di un’ulteriore fase di sviluppo chiamata emerging adulthood. Essa si situa tra i diciotto e i ventinove anni e presenta differenze significative sia dall’adolescenza, il periodo che la precede, sia dall’età adulta, il periodo che la segue.
L’esigenza di studiare questa fase di vita nasce in risposta ai mutamenti sociali e culturali avvenuti in America, il contesto di vita dell’autore, nella seconda metà del ventesimo secolo. Nel suo libro, Emerging adulthood: A theory of development from the late teens through the twenties, Arnett individua come cause principali del cambiamento la rivoluzione sessuale, quella tecnologica e il movimento femminista. Questi eventi hanno moltiplicato le possibilità degli adolescenti. Da questo momento in poi, si è potuto iniziare a pensare di proseguire gli studi all’università indipendentemente dal proprio genere, di viaggiare, di sperimentarsi a livello relazionale e sociale. Ciò ha fatto sì che le tappe considerate “l’ingresso nel mondo adulto”, il matrimonio e la costituzione di una famiglia, venissero rimandate circa fino al compimento dei trent’anni. Di conseguenza, nel tempo, tra adolescenza ed età adulta si è creato un divario tangibile che ha dato ragione di ipotizzare l’esistenza di un’altra fase di sviluppo intermedia.
L’emerging adulthood, per quanto in continuità con le altre fasi di sviluppo, ha delle caratteristiche specifiche che la rendono unica ed irripetibile. Intervistando un gran numero di studenti, Arnett individua 5 caratteristiche principali: esplorazione identitaria, instabilità, sensazione di essere in transizione o in un’età di mezzo, focus su sé stessi e ottimismo.
Esplorazione ed instabilità sono aspetti complementari dell’emerging adulthood. La prima si riferisce al processo di sperimentazione delle diverse possibilità offerte dal proprio contesto di sviluppo. Durante questo periodo, gli ambiti maggiormente esplorati dai giovani adulti sono le relazioni e il lavoro. Cambiare percorso di studi, lavoro o partner risultano essere, qui, eventi tipici necessari all’individuo per formare la propria identità. Secondo Erikson, i giovani adulti si trovano in uno stato di moratoria psicologica “durante il quale il giovane adulto, attraverso la libera sperimentazione dei ruoli, può trovare una nicchia in qualche settore della sua società.” In particolare, la maggiore consapevolezza di sé, tipica di questo periodo, renderebbe possibile un’esplorazione più “consapevole”, rispetto a quella avvenuta in adolescenza, che ha come obiettivo l’approfondimento di chi si è e di cosa si desidera.
La sperimentazione, però, porta con sé un senso d’instabilità. Se l’esplorazione da un lato permetterebbe di comprendere quale sia la propria strada, dall’altro, però, potrebbe far maturare un senso d’inadeguatezza e di disagio nel giovane adulto. Tale condizione può a sua volta sfociare nella messa in atto di comportamenti a rischio sia di tipo internalizzato, come lo sviluppo di sintomatologie ansiose o depressive, sia di tipo esternalizzato, come guidare in maniera pericolosa, avere rapporti non protetti o fare utilizzo di sostanze.
Inoltre, un’altra fonte di inadeguatezza sembrerebbe essere l’incapacità di rispecchiarsi sia nel ruolo di adolescente, sia in quello di adulto. La sensazione che ne deriva è quella di essere “in un’età di mezzo”, “ in transizione”. Dalle interviste condotte da Arnett emerse che i giovani si ritenevano adulti solo dopo essere riusciti ad iniziare a prendersi la responsabilità delle conseguenze delle proprie azioni, a decidere in autonomia e ad essere economicamente indipendenti dalla propria famiglia. Il raggiungimento di questi obiettivi avverrebbe in maniera graduale, il che dà ragione del senso di non appartenenza tipico di questa fase di sviluppo. Tale gradualità spiegherebbe, inoltre, la grande variabilità nelle caratteristiche demografiche dei giovani adulti. E’ possibile osservare individui che hanno già soddisfatto tutti e tre i “requisiti” per considerarsi adulti accanto a chi ne ha acquisito solo uno o due. Pensando al contesto italiano, ad esempio, uno studente universitario a tempo pieno avrà difficoltà a raggiungere un’indipendenza economica e ad emanciparsi dalla propria famiglia; mentre, invece, un coetaneo che ha deciso di iniziare a lavorare subito dopo aver conseguito il diploma è più probabile riesca a raggiungere più velocemente questi traguardi.
Invece, rispetto alla centratura sul proprio sé, essa non è da intendersi come egocentrismo o narcisismo. E’, invece, un’espressione del bisogno di conoscere sé stessi il più possibile. Concentrarsi sul proprio sé permetterà al giovane adulto di capire quali sono i suoi desideri, quali aspetti della quotidianità concorrono alla sua serenità, quali sono le situazioni che lo mettono in difficoltà… . La nuova consapevolezza acquisita guida il soggetto nella vita di tutti i giorni permettendogli di prendere delle decisioni orientate alla promozione del proprio benessere e al miglioramento del sé. Da Arnett “L’obiettivo della loro auto-focalizzazione è imparare a stare in piedi da soli come persone autosufficienti”.
Infine, l’ottimismo e le possibilità caratterizzano questo periodo di vita. Mille sono le strade che si possono percorrere; se quella scelta si dovesse rivelare improvvisamente sbagliata si ha ancora il tempo per poterla cambiare. Il numero di possibilità è alto e il tempo a disposizione è abbastanza per poter trovare ciò che più rispecchia la persona. Il giovane adulto ha spesso un’attitudine positiva riguardo al futuro e alle nuove opportunità che il mondo gli riserva. Compiuta una scelta in ambito lavorativo, ad esempio, il pensiero che questa possa essere quello che davvero si cercava è ricorrente.
E’ importante notare che la cultura influenza ampiamente questa fase dello sviluppo. Difatti, l’allungamento del periodo di approdo all’età adulta non è identico in tutte le culture e subculture. L’emerging adulthood è tipicamente presente nelle società industrializzate dove si assiste ad un rallentamento nell’entrata nel mondo del lavoro e nell’emancipazione dalla famiglia. Al contrario, sembrerebbe non essere presente in contesti rurali o in culture dove il passaggio all’età adulta è scandito da eventi di passaggio rituali. In Europa o in America, generalmente, è possibile parlare di emerging adulthood mentre, in contesti come quello africano ciò non è possibile. Un altro aspetto da tenere in considerazione è che vi è una forte variabilità nell’esperienza dell’emerging adulthood dovuta ad aspetti personologici del singolo, alla storia dell’individuo e al proprio contesto di sviluppo.
Non esiste un percorso univoco per diventare adulti. L’emerging adulthood è un periodo dove si ha la possibilità di scoprirsi, reinventarsi e viversi. Per quanto possa essere difficile, è in questo momento che si ha il mondo a propria disposizione e la consapevolezza per poter iniziare ad affrontarlo con nuovo entusiasmo e spirito di scoperta.
Giulia Colombo
Instagram: giu.colomb0
Bibliografia
- Arnett, J. J. (2000). Emerging adulthood: A theory of development from the late teens through the twenties. American Psychologist, 55(5), 469–480. https://doi.org/10.1037/0003-066X.55.5.469
- Confalonieri, E., Grazzani, I. (2021). Adolescenza e compiti di sviluppo. Terza edizione ampliata. Milano : UNICOPLI.
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