Il predatore digitale di Nashua: il caso di Liam Youens

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Il caso di Nashua – città del New Hampshire, negli USA – si è verificato nel 1999 e non rappresenta soltanto uno dei tanti episodi di cronaca nera che si possono approfondire tra le pagine di alcuni giornali, ma si configura come un emblematico fallimento collettivo rispetto al monitoraggio sociale e digitale. In quel periodo storico, Internet stava muovendo i suoi primi passi. A poco a poco, cominciava a svilupparsi lasciando la maggior parte delle persone affascinate per questa nuova scoperta e, al tempo stesso, spaventate all’idea di non riuscire a tenerla sotto controllo. La tragedia che vedremo oggi è il risultato della scarsa attenzione che è stata rivolta nei confronti di alcuni segnali del comportamento ossessivo di Liam Youens, un ragazzo americano che viveva proprio a Nashua. Nonostante questi fossero manifesti, documentati e pubblici, nessuno si è preoccupato allertando le forze dell’ordine per fermare quella che, da lì a poco, sarebbe diventata una tragedia che ha visto coinvolti sia Liam che una giovane donna conosciuta come Amy Boyer

Ma partiamo dall’inizio: Liam è sempre stato definito dai suoi compagni di classe come un “fantasma“. Nessuno lo ha mai degnato di uno sguardo sia a scuola che tra le mura di casa sua. Così, fin dall’adolescenza, si è rinchiuso in sé dando vita ad un uso sempre più disfunzionale di internet: trascorreva le sue giornate a superare i livelli di alcuni videogiochi come Doom e Quake. In più, si alimentava quasi esclusivamente di pizza surgelata e soda, coltivando un odio profondo per se stesso rinnovato, giorno dopo giorno, sia dall’esclusione sociale che dalle sue insicurezze fisiche. Soffriva molto a causa del pectus excavatum (petto a imbuto) che lo contraddistingueva dagli altri. Si tratta di una malformazione congenita della gabbia toracica caratterizzata da una depressione dello sterno, che appare “rientrato” verso l’interno, creando appunto un aspetto a imbuto. Tuttavia, il tratto più allarmante del profilo di Liam era la sua identificazione patologica con figure di distruzione di massa. Egli nutriva una grande ammirazione per i responsabili dei massacri scolastici, citando esplicitamente i killer della Columbine e Luke Woodham. Da quello che possiamo intendere da queste righe, Liam non solo era un ragazzo isolato e solitario, ma era un individuo che tendeva a fantasticare apertamente sulla possibilità di aprire il fuoco nella mensa scolastica del suo istituto uccidendo qualcuno senza scrupoli. 

A differenza di Liam, Amy Boyer era una ragazza solare, integrata e profondamente empatica: l’esatto opposto del primo. I due s’incrociarono sia in un gruppo giovanile parrocchiale frequentato da entrambi che tra i banchi di scuola. È proprio in questo contesto che Liam iniziò a fabbricare una narrativa fittizia di “amore corrisposto”, interpretando i gesti assolutamente neutri di Amy come segnali che secondo lui potevano avere solo un unico significato. Distorcendo ogni volta le intenzioni della ragazza, egli si convinse del fatto che Amy stesse cercando un modo per conquistarlo senza rendere questa intenzione evidente ai suoi occhi. Un esempio è riportato nei diari di Liam: quando Amy lo sfiorò accidentalmente in un corridoio affollato, egli si convinse che lei lo avesse fatto apposta per stabilire un contatto fisico, nonostante la ragazza ignorasse quasi del tutto il suo nome come tutti i loro compagni di classe. 

L’ossessione nei confronti della ragazza s’ispessì sempre di più: nel corso del tempo, Liam decise addirittura di creare diversi blog , tra cui il dominio www.AmyBoyer.com. per poter scrivere delle note sul suo “amore corrisposto” e tutto quello che gli passava per la testa. Utilizzò questo sito come un vero e proprio diario pubblico: infatti, tutti potevano avere accesso al suo flusso di coscienza che metteva nero su bianco. In più, Liam decise addirittura di auto-definirsi sul sito della scuola, nella sezione alunni, come “stalker, ossessionato e assassino”. Inserì queste parole al di sotto del proprio nome. Anche in questo caso, qualsiasi persona avrebbe potuto cogliere dei segnali di allarme, ma purtroppo non è stato così. Infatti, queste informazioni, depositate in uno spazio istituzionale, rimasero ignorate. 

Le condotte che il ragazzo ha messo in atto nei confronti di Amy delineano il profilo di un “cyberstalker”. Il cyberstalking può essere definito come “l’uso di Internet, e-mail o altri dispositivi di comunicazione elettronica per controllare, perseguitare o raccogliere informazioni su un’altra persona”. È proprio grazie ai mezzi elettronici che il cyberstalker manifesta il suo bisogno di controllare la vittima. A seguito della fine della scuola, l’ossessione di Liam peggiorò assieme al suo profilo che cominciò a coincidere sempre di più con il significato di cyberstalker: grazie all’evoluzione della tecnologia, per lui fu possibile recuperare alcuni dati sensibili di Amy: utilizzò il servizio Docusearch per localizzare la ragazza, per avere accesso al suo numero di identificazione e, infine, per scoprire l’indirizzo del luogo in cui aveva iniziato a lavorare. Riuscì a soddisfare la sua sete di conoscenza attraverso un investimento inferiore ai centocinquanta dollari. Lui stesso definì “oscena” la facilità con cui riuscì a raggiungere i suoi obiettivi. È come se su internet il concetto stesso di “privacy” venisse meno. 

Nel suo caso, quest’ultima è stata messa al servizio della predazione dato che, successivamente, il piano di Liam giunse al suo compimento: il 15 ottobre 1999, dopo aver monitorato per mesi gli spostamenti e le abitudini di Amy, il ragazzo si appostò nel parcheggio dello studio dentistico presso cui la ragazza lavorava. Quando Amy uscì, sorridente e ignara, Liam affiancò la sua auto. In un ultimo atto di brutale affermazione del sé, urlò il nome della ragazza per costringerla a guardarlo, per poi scagliare la sua furia su di lei attraverso undici colpi d’arma da fuoco che le sfregiarono il volto. Poi, si tolse la vita. I colleghi di Amy videro la scena e chiamarono subito i soccorsi che, purtroppo, non riuscirono a salvare la ragazza. 

Lo shock della famiglia Boyer fu totale: non solo erano sconvolti per la perdita della loro adorata figlia, ma anche per la successiva scoperta dell’universo digitale al quale Liam aveva dato vita anni prima. Si resero conto che Amy era stata predata per anni e si sentirono immediatamente in colpa per non essersi resi conto di nulla. 

Il sito www.AmyBoyer.com rimase attivo per ventiquattro ore dopo il delitto, per poi essere chiuso dalle forze dell’ordine. Lì, agli occhi di tutti, emerse una consapevolezza: se solo qualcuno si fosse reso conto della sua esistenza, forse l’omicidio si sarebbe potuto prevedere ed evitare. Infatti, all’interno del sito c’erano diverse dichiarazioni compromettenti di Liam:

“Negli ultimi quattro anni, ho avuto tre o quattro sogni su Amy, ma nell’ultimo mese l’ho sognata ogni singola notte. Nell’ultimo sogno, Amy era incinta e io ho colpito con un coltello il suo feto attraverso lei. Lei o è a casa o è in studio a lavoro. Quando arriverà a lavoro, guiderò fino alla sua macchina, bloccandola, finestrino a finestrino, e le sparerò.” 

Il 12 ottobre 1999, Liam aggiunse: “Ho visto la sua macchina in strada, il posto perfetto. Ho parcheggiato la mia macchina lì alle 4:35, ma alle 5:05 lei ancora non era arrivata. Che spreco di una perfetta opportunità! Ho guidato in giro, e ho visto che era uscita alle 5:45, ma non l’ho vista uscire e non c’era il posto in cui colpirla. Però… l’avrei fatto davvero. Mi sento bene ora.”
A seguito di questa tragedia, la famiglia Boyer si è impegnata trasformando il proprio dolore in attivismo. Attraverso una lunga battaglia legale contro Docusearch, la famiglia ha ottenuto un risarcimento civile di 85.000 dollari. È stata una vittoria simbolica contro la mercificazione dei dati personali che facilitano il crimine. Questa storia ci lascia una lezione di vita preziosa: in un mondo in cui è presente l’invisibilità digitale a causa dei diversi dati oscuri che si nascondono tra i meandri di internet, è importante cercare di decodificare qualsiasi segnale di disagio e campanelli di allarme che si possono intravedere. Lei stessa ha affermato in una dichiarazione che, se potesse tornare indietro nel tempo, cercherebbe il nome di sua figlia nei motori di ricerca.

Valentina Tescari

valentina.tescari01@icatt.it

SITOGRAFIA

https://www.unobravo.com/post/cyberstalking-relazioni-in-rete

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