Tempo di lettura: 8 minuti
Ci siamo sbagliati: è credenza radicata ritenere che il lavoro, i soldi, le cose materiali (come vestiti, macchine, case…), il corpo perfetto e il vero amore siano le fonti primarie di felicità. Eppure sono numerosi i dati empirici che dimostrano il contrario. In uno studio condotto da Dan Gilbert e colleghi (1998) è stato proposto agli studenti universitari un potenziale lavoro retribuito, reputato dalla maggior parte dei soggetti davvero interessante ed attraente, e comunicato di essere stati inseriti nella graduatoria per ottenerlo. Successivamente, veniva chiesto agli studenti di provare a predire come si sarebbero sentiti se avessero ottenuto il lavoro o, al contrario, se non fosse successo. Venne poi somministrata una scala di misurazione della felicità al fine di testare la baseline (una Likert a 10 passi, “quanto siete felici in questo momento su una scala da 1 a 10?”, da 1= per niente felice a 10=molto felice). Dopo qualche tempo, gli studenti ricevevano una chiamata con cui veniva comunicato che purtroppo non avevano ottenuto il lavoro e, a seguito della stessa, veniva nuovamente somministrata la scala per misurare il livello di felicità. E, sorpresa! Mentre gli studenti avevano previsto un calo di felicità, nel caso di non ottenimento del lavoro, di circa due punti, si scoprì che il calo effettivo misurato risultava inferiore (di solo un punto).
Un’altra interessante ricerca è quella di Sonja Lyubomirsky (2008), che nel suo libro “Il come della felicità”, ha riportato dei dati su quanto le persone pensano che lo stipendio di cui hanno bisogno sia davvero sufficiente. La ricercatrice conclude che non si tratta di un numero oggettivo: quello di cui si pensa di aver bisogno in realtà aumenta ogni volta che si ottiene di più.
Questi sono solo due esempi di come il lavoro, uno degli elementi sopracitati che si crede possano determinare la felicità, in realtà non impattano realmente come si pensa. E quindi è lecito chiedersi: perché queste cose non rendono felici? Una possibile risposta è che, forse, è perché non si possono rendere le persone più felici, poiché la felicità è geneticamente definita e, dunque, non si può cambiare. Anche questa risposta però non sembra trovare riscontro nei dati.
Sempre dal libro della Lyubomirsky (2008), viene riportata un’indagine con l’obiettivo di esaminare il ruolo dei geni attraverso studi su gemelli e studi sulle adozioni, in modo da delineare l’effettivo ruolo svolto dalla genetica nella felicità e quanto invece essa dipenda dalle circostanze della vita.
I risultati a cui giunge la ricercatrice è che il 50% è determinato dai geni, solo il 10% dalle circostanze ambientali e il restante 40% dipende dai tipi di azioni, intenzioni, abitudini che le persone sviluppano e integrano nella propria vita. Quindi, la felicità non è data e immodificabile: non è determinata esclusivamente dai geni e non è totalmente dipendente dalle condizioni ambientali.
Per cercare di spiegare perchè quei fattori che si crede determinino la felicità non rendono realmente felici, Tim Wilson, dell’Università della Virginia e Dan Gilbert, di Harvard, introducono il termine “miswanting”. Con miswanting si indica l’atto di sbagliare quali e quante cose piaceranno in futuro. Di fatto, secondo gli autori, il cervello trasmette l’idea di volere certe cose ma, concretamente, sbaglia i termini qualitativi e quantitativi.
Ma perché la mente fornisce previsioni errate su ciò che piacerà davvero? Quali sono i pregiudizi che causa il miswanting? La risposta data dai ricercatori è che ci sono 4 caratteristiche fastidiose della nostra mente (annoying features of the mind), che sono le seguenti:
- Le intuizioni sono semplicemente false.
Per esplicitare il concetto, basti pensare alle celebri illusioni ottiche: la lunghezza di due linee uguali, seppur identica, ci appare differente.
Questo è il modo in cui funziona gran parte della mente, che semplicemente invia delle informazioni che derivano da intuizioni errate.
- La mente non pensa in termini assoluti, ma relativi.
La mente non si basa su un termine assoluto, ma si ancora ad un punto di riferimento (reference point).
A seconda del sistema di riferimento utilizzato, l’oggetto che si sta guardando/considerando sarà diverso. Uno degli esempi più famosi è quello di Michael Phelps, vincitore della medaglia d’oro brasiliana, che sorride felice e che dunque rappresenta il punto di riferimento per il vincitore della medaglia d’argento, László Cseh, che non sorride così ampiamente come il compagno.
Per quanto riguarda il vincitore del bronzo, Ryan Lochte, non è infelice come il compagno d’argento, anzi, sembra quasi più felice del campione! Per spiegare ciò, Medvec et al. (1995) ricorrono proprio al diverso punto di riferimento: mentre il vincitore della medaglia d’argento ha come termine di paragone il compagno che ha vinto l’oro, quello che ha vinto la medaglia di bronzo ha come riferimento la possibilità di non arrivare sul podio. Il punto di riferimento più “fastidioso” è costituito però dalle altre persone. Con confronto sociale si indica l’atto DI valutazione del sé in rapporto ad altre persone: tale confronto può avvenire verso il basso (guardando persone “peggiori”, meccanismo che consente di aumentare l’autostima) o verso l’alto (guardando persone “migliori”, e ciò porta ad un calo di autostima o una spinta motivazionale a migliorare). La mente, oltre a non ragionare in termini assoluti e negativi, tende quindi a prendere come punti di riferimento persone e situazioni che si discostano di molto dalla propria condizione, determinando un abbassamento di autostima e di conseguenza malessere.
- La terza caratteristica fastidiosa è che la mente è costruita per abituarsi alle cose (hedonistic adaptation).
Rifacendosi sempre alla visione, tale assunzione viene chiarita dall’Adattamento Percettivo: dopo che si sta per un certo periodo di tempo in una stanza buia, quando si esce l’esterno appare molto più luminoso, perché il sistema visivo si è abituato all’oscurità.
Il processo dell’adattamento edonico si applica sia a cose positive che a cose negative, in modo tale che gli effetti ottenuti emotivamente a seguito del raggiungimento di qualcosa non si mantengono stabili nel tempo. Ne è un esempio lo studio condotto da Brickman et. Al (1978) sui vincitori della lotteria, sui quali è stata somministrata la scala della felicità un anno dopo la vincita. Quello che è stato trovato è che la media ottenuta dai vincitori è 4, risultato che sembra abbastanza buono, se non fosse che i soggetti di controllo che non hanno vinto la lotteria sono a 3.82, statisticamente non sono diversi. Risultato simile è stato riscontrato anche in uno studio sulla soddisfazione del matrimonio. Mentre al tempo zero del matrimonio, ossia all’inizio (“luna di miele”), la soddisfazione è alta, dai due anni diminuisce e si mantiene poi stabile, segno che ci si è abituati al tuo partner. Lo psicologo, Dan Gilbert, nel libro intitolato “Stumbling Into Happiness”, afferma come le cose meravigliose sono particolarmente meravigliose la prima volta che accadono.
Ma questo è triste, vero? Perché si vuole mantenere la meraviglia di tutti questi momenti, ma man mano che ci si abitua a loro, si diventa progressivamente annoiati e dunque più tristi.
- Oltre ad avere un adattamento edonico, la quarta caratteristica fastidiosa è che non ci si rende conto di avere l’adattamento edonico.
Il fatto di non sapere la terza caratteristica fastidiosa rende complicato fare previsioni e valutazioni obiettive, perché si pensa che le cose che rendono felici in un dato momento lo faranno per sempre. Se ce ne si rendesse conto, si potrebbe essere molto più felici. Dan Gilbert e i colleghi hanno inventato il termine “impact bias” (pregiudizio ad impatto) per definire la tendenza a sopravvalutare l’impatto emotivo delle cose, sia in termini di intensità che in termini di durata. Si pensa che le cose saranno migliori di quello che sono nel momento in cui si ottengono e si pensa anche che il loro impatto durerà più a lungo di quanto non faccia realmente. Questo naturalmente avviene anche per le cose negative: si tende a pensare che una brutta situazione permarrà a lungo nel tempo.
Quindi, ci sono quattro caratteristiche fastidiose della mente che consegnano una serie di desideri sbagliati. La prima, come abbiamo visto, è il costante ricevere informazioni sbagliate. Occorre prendere atto di questa caratteristica fastidiosa, capendo sia che i desideri sbagliati ci sono, sian quali essi siano. La seconda invece ci sottolinea come non si pensa in termini assoluti, ma ci si paragona sistematicamente a punti di riferimento, oltre al fatto che non si possono decidere quali siano questi punti di riferimento. Un’altra caratteristica fastidiosa e ricorrente è quella per cui le menti si abituano alle cose, per cui se uno stimolo perdura per un certo periodo di tempo, alla fine non determina più piacere (o, viceversa, dispiacere). E, la cosa peggiore, ed ecco l’ultima caratteristica fastidiosa, è il fatto che non ci si rende conto di ciò: non ci si accorge che le cose che rendono felici non renderanno felici per sempre e si pensa invece che le cose brutte rimarranno ancora per molto tempo. E così, ci troviamo sempre in cerca di cose, con l’impressione di non avere nulla perché vogliamo di più. E rifiutiamo anche cose potenzialmente non belle perché pensiamo che ci faranno molto male, quando invece potrebbe non essere così.
Per fortuna, ci sono alcune strategie che possono essere adottate per abbassare l’adattamento edonistico:
- Savoring: è l’atto dell’assaporare l’esperienza che si sta vivendo, quasi uscendo da sé stessi per meglio revisionare e apprezzare ciò che si sta sperimentando. Per assaporare qualcosa, si può essere anche semplicemente consapevoli del fatto che ciò che sta accadendo è positivo (Jose et.al 2012)
- Visualizzazione negativa: si tratta di pensare a come sarebbero state le cose se una determinata situazione fosse andata diversamente o semplicemente non fosse mai successa, in modo da rendersi nuovamente conto della bellezza delle cose che si stanno vivendo.
- Rendere l’oggi come se fosse l’ultimo giorno: non si tratta di pensare al tema della morte, ma piuttosto rendersi conto che stare per perdere qualcosa consente di realizzare quanto effettivamente si tenga ad essa (Kurtz, 2008);
- Gratitudine: si tratta di essere, semplicemente, grati. È stata ampiamente rilevata l’efficacia che la gratitudine ha in termini psicologici. Emmon e McCullough (2010) sono stati i primi che hanno scoperto quanto effettivamente benefica fosse la gratitudine: i ricercatori hanno chiesto ai soggetti di ripensare alla settimana passata ed elencare cinque cose di cui sono stati grati, e ripeterlo ogni settimana. La gratitudine È anche condivisione, ad esempio, scrivendo una lettera a qualcuno a cui si è grati (Seligman, 2005).
Eleonora Diotallevi
eleonora.diotallevi01@icatt.it
Bibliografia
Brickman et al. (1978). Lottery winners and accident victims: Is happiness relative? Journal of Personality and Social Psychology, 36(8), 917-927
Clark and Oswald (1996). Satisfaction and comparison income. Journal of Public Economics, 61(3) 359-381.
Gilbert (2007). Stumbling on Happiness. Gilbert (2007) New York; NY: Vintage Books.
Gilbert & Wilson (2000). ”Miswanting: Some problems in the forecasting of future affective states.” In Thinking and feeling: The role of affect in social cognition. New York, NY: Cambridge University Press. 178-197.
Emmons et al. (2003). Counting blessings versus burdens: An experimental investigation of gratitude and subjective well-being in daily life. Journal of personality and social psychology, 84(2), 377.
Jose et al. (2012). Does savoring increase happiness? A daily diary study. The Journal of Positive Psychology, 7(3), 176-187.
Koo et al. (2008). It’s a wonderful life: Mentally subtracting positive events improves people’s affective states, contrary to their affective forecasts. Journal of Personality and Social Psychology, 95(5), 1217–1224.
Kurtz (2008). Looking to the future to appreciate the present: The benefits of perceived temporal scarcity. Psychological Science, 19(10), 1238-1241.
Lyubomirsky et al. (2006). The costs and benefits of writing, talking, and thinking about life’s triumphs and defeats. Journal of personality and social psychology, 90(4), 692.
Lyubomirsky (2007). The How of Happiness: A New Approach to Getting the Life You Want. New York, NY: Penguin Books. Page 44.
Medvec et al. (1995). When less is more: Counterfactual thinking and satisfaction among Olympic medalists. Journal of Personality and Social Psychology, 69(4), 603–610.
Seligman et al. (2005). Positive Psychology Progress: Empirical Validation of Interventions. American Psychologist, 60(5):410-21

Lascia un commento