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La sigla I.A.A. sta per interventi assistiti con gli animali, più comunemente viene conosciuta con il termine di “pet therapy” e si riferisce a interventi e terapie che prevedono il coinvolgimento di animali domestici come cani, cavalli, conigli, gatti ma perfino asini e pappagalli!
Perché questi interventi sono diventati sempre più famosi e diffusi in varie realtà? Il loro obiettivo è quello di migliorare qualità di vita dell’individuo e del proprio stato di salute. Si possono riscontrare benefici nell’area cognitiva, comportamentale, emotiva e sociale: a differenza delle relazioni umane, con l’animale la persona è molto più disponibile all’incontro proprio perché sente di non doversi difendere. L’incontro con l’animale non solo dà compagnia, ma mette anche a proprio agio, liberando dal senso di inadeguatezza che spesso si accompagna a determinate condizioni, aiuta ad aprirsi e rilassarsi completamente. Inoltre, aumenta il coraggio ad esplorare il mondo: si vive un’esperienza nuova, una diversa forma di socialità e si cambia la routine spesso noiosa o faticosa da portare avanti, modificando così il proprio modo di percepire una situazione o una condizione (Marchesini, 2015). Vi sono diversi tipi di intervento che hanno come discriminante il fine per il quale vengono progettati (SEF Italia):
- T.A.A. (terapia assistita con gli animali): si tratta di attività svolte per lo più in ospedali o centri di cura, sono costruite su misura per il paziente e si pongono l’obiettivo di migliorare una particolare condizione medica.
- E.A.A. (educazione assistita con gli animali): questi interventi, a differenza dei precedenti, hanno uno scopo educativo, possono essere realizzati in scuole o anche carceri e considerano il rapporto con gli animali uno strumento estremamente utile per affinare abilità sociali ma anche psicologiche individuali, per esempio migliorare l’autostima, le capacità comunicative dell’individuo o quelle di autocontrollo e gestione delle emozioni.
- A.A.A. (attività assistita con gli animali): sono attività basate prevalentemente sul gioco e divertimento. Il gioco è una forma di espressione dell’individuo, consente di sperimentare il proprio corpo in relazione a qualcun altro, migliora l’espressività e accresce la riflessività.
Le figure coinvolte in questi interventi sono molteplici: a capo di tutto vi è un responsabile di progetto (un professionista che si incarica di coordinare i membri dell’equipe), a cui si affianca un referente (spesso uno psicologo, un educatore, un infermiere o uno psicomotricista), un medico veterinario (accerta l’idoneità dell’animale che deve rispondere a determinati requisiti fisici e comportamentali) e un coadiutore (la figura che accompagna l’animale, monitorandone lo stato di salute e benessere e favorisce la relazione con l’individuo).
Come abbiamo visto precedentemente, gli animali possono portarci più benefici di quelli che esplicitamente consideriamo, e questo forse anche per una predisposizione innata che ha l’uomo: la cosiddetta biofilia, ossia una pulsione motivazionale verso tutto ciò che è vivente. (Marchesini, 2015). La biofilia dipende dall’abilità di essere attenti senza sforzo e di lasciarsi affascinare dalla Natura e si è visto come, fin da bambini, possediamo una naturale tendenza verso ciò che è considerato “il potere rigenerativo della Natura” (Berto et al., 2012). Tuttavia, si possono riscontrare atteggiamenti critici nei confronti di queste terapie e attività: ci sono evidenze scientifiche che provano questi benefici? Uno studio di Coakley e Mahoney (2009) su pazienti ospedalizzati ha mostrato come l’interazione con questi animali abbassi l’umore negativo e la percezione di dolore, aumentandone i livelli di energia. I pazienti ospedalizzati devono quotidianamente fronteggiare molteplici stressors come dolore, mancanza di sonno, ambiente non familiare e molti altri, i quali interferiscono con il loro stato di benessere e la loro guarigione. Per questo motivo, l’Istituto Nazionale della Sanità ha concluso che terapie complementari e alternative, come appunto l’implementazione di questi interventi, sono un utile strumento per creare un adatto contesto curativo. I dati di questa ricerca sono stati raccolti attraverso l’utilizzo di una metodologia qualitativa che ha permesso di ottenere un insight sulle vere percezioni che i soggetti hanno riguardo questo tipo di terapia: un paziente ha, per esempio, sostenuto che l’esperienza con il pet lo ha aiutato a sentirsi connesso con il mondo esterno, amato e accudito. La pet therapy è uno strumento low-tec, a basso costo e i risultati sono notevoli. Inoltre, è stato confermato che l’ossitocina, un ormone prodotto dal nucleo ipotalamico e secreto dalla ghiandola pituitaria, conosciuto soprattutto per il ruolo che ricopre nella relazione di attaccamento madre-figlio, può aumentare di livello fino al 20% accudendo un animale domestico. Una delle funzioni dell’ossitocina riguarda anche l’aumento di fiducia verso gli estranei, e si è visto come questa sia particolarmente rilevante per pazienti autistici che, quindi, grazie al loro pet, mostrano più apertura verso le relazioni e le interazioni emozionali (Menna, 2018). Il comportamento sociale è, tuttavia, estremamente complesso e non può essere ridotto a una semplice analisi di componenti fisiologiche. Nel 2008 è stato dimostrato che nel momento in cui si forma una relazione viene coinvolta la struttura neurale della corteccia cerebrale per determinare uno stato empatico: sono le relazioni stesse che, dunque, possono avere una diretta influenza sullo sviluppo della struttura cerebrale e delle sue funzioni (Menna, 2018).
In conclusione, dunque, si sottolinea come gli animali siano ciechi di fronte a handicap o malattie e come questo costituisca un potente fattore di protezione nella promozione della salute fisica e mentale del paziente. L’individuo si sente più protetto e a suo agio e, proprio grazie a queste situazioni sociali, può sviluppare una personalità più equilibrata (Kulchin-Olsen, 1987).
Di Emma Dalla Costa
emma.dallacosta01@icatt.it
Bibliografia
Berto, R. Pasini, M. Barbiero, G. (2012) “Biofilia sperimentale”. Culture della Sostenibilità
Coacley, A. B. & Mahoney, E.K. (2009) “Creating a therapeutic and healing environment with a pet therapy program”. Complementary therapies in clinical practice, 15 (3).
Kulchin-Olsen, D. (1987) “Pet therapy”. California Polytechnic State University ProQuest Dissertations Publishing
Marchesini, R. (2015) “Pet therapy. Manuale pratico”
Menna, L.F. (2018) “The scientific approach to Pet Therapy” . The Method and Training according to the Federiciano Model

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