L’ANORESSOFILIA: LA GENESI DI UN’OSSESSIONE

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Un giorno, in un ristorante affollato, una coppia si accomodò a un tavolo: l’uomo stava da una parte e, di fronte a lui, una donna lo osservava. Lei era bellissima ed elegante, ma di una magrezza scheletrica, quasi innaturale. Le ossa del viso e del corpo erano visibili sotto la pelle tesa. Con lo sguardo avvolto da una profonda tristezza, osservava il compagno mangiare con gusto il piatto servitogli dal cameriere qualche secondo prima, mentre il suo era vuoto. A un certo punto, i due iniziarono a litigare. Tutte le coppie hanno alti e bassi, ma quella che sembrava una semplice discussione, in realtà, celava l’ossessione sadica che si stava rivelando sempre più forte e che, di lì a poco, sarebbe culminata in una tragedia senza via di fuga. Quando l’uomo si allontanò, una cameriera s’incamminò verso la donna per servirle il piatto di gnocchi ai quattro formaggi che aveva ordinato. Una volta stretto il piatto tra le mani, lei iniziò a trangugiare il cibo con disperata rapidità, senza neanche concedersi il tempo di masticarlo. Purtroppo, per lei non fu possibile vivere questo momento in solitaria dato che l’uomo ritornò troppo presto: la sua espressione si deformò in una maschera di rabbia e la donna, sentendo le sue urla, corse in cucina continuando a divorare il suo pasto. Una volta raggiunta, dalla violenza verbale si passò a quella fisica sotto forma di schiaffi sonori che lasciarono la signora ammutolita e impotente. I due ritornarono a sedersi al tavolo e nessuno intervenne per placare la furia di quel carnefice e, soprattutto, per difendere la vittima di cui, solo in seguito, si scoprì il nome: Monica Calò. Quest’uomo, conosciuto come Marco Mariolini, si è sempre definito il “Cacciatore di anoressiche”. Questo soprannome agghiacciante rappresenta la chiave per comprendere l’orrore che si cela dietro l’episodio appena descritto e la genesi di una perversione che si è poi tragicamente trasformata in omicidio.

Per comprendere la psiche di un predatore come Marco Mariolini, è indispensabile conoscere la sua storia partendo dalle origini. È proprio la sua infanzia, segnata da un profondo disagio emotivo, che getterà le basi per lo sviluppo della sua perversione sessuale, una forma di sadismo che lui stesso battezzò con il nome di “Anoressofilia“. 

Mariolini nacque a Pisogne, in provincia di Brescia, nel 1959. Il suo ambiente familiare era particolarmente disfunzionale: il padre viene descritto da lui stesso come una figura passiva; un uomo tranquillo che subiva le volontà della moglie. La madre, al contrario, era una donna dalla personalità ingombrante, molto controllante, che visse la maternità in modo tutt’altro che sereno. A soli due anni, Mariolini fu afflitto da una gastroenterite che lo faceva piangere incessantemente, e la madre, esasperata, lo afferrò per le caviglie e lo fece penzolare dal balcone, urlandogli che l’avrebbe buttato di sotto se non avesse smesso. Questo è soltanto uno degli episodi traumatici che segnarono l’infanzia di quest’uomo caratterizzata da una profonda violenza psicologica che lo lasciò tutt’altro che illeso e indifferente. Con l’arrivo dell’adolescenza, questa ferita interiore si ampliò sempre di più e una pulsione sessuale cominciò a prendere forma nella mente del ragazzo: mentre sfogliava un manuale di scienze, Mariolini si rese conto di non provare attrazione per le figure femminili formose, come i suoi coetanei, ma per le illustrazioni anatomiche. Lui desiderava l’assenza di carne, le figure scheletriche. Quest’attrazione nei confronti delle ossa si consolidò in una vera e propria parafilia, definita come un interesse sessuale intenso e persistente  verso situazioni o individui non convenzionali. Rappresenta una modalità esclusiva o preferita d’eccitazione. Esempi noti ai più di parafilie sono:

  • Voyeurismo: riguarda fantasie, comportamenti ed eccitazione intensi che si associano all’osservare di nascosto individui ignari mentre si spogliano o compiono attività sessuali. Ciò che attiva l’eccitazione è la violazione della privacy e il che il target della fantasia è inconsapevole di essere visto
  • Esibizionismo: riguarda fantasie, desideri e comportamenti ricorrenti di esposizione dei propri genitali in pubblico e davanti a persone non consenzienti; in alcuni casi ci si esibisce anche con atti masturbatori o sessuali con altri individui. Questi comportamenti vengono messi in atto in posti affollati o isolati, con lo scopo di sorprendere la vittima, poiché lo shock provocato genera una grande eccitazione nell’esibizionista. Questi individui spesso seguono dei rituali: si esibiscono sempre negli stessi luoghi o con determinate caratteristiche
  • Frotteurismo: riguarda la persistente necessità e forte eccitazione nello strusciare i propri genitali addosso a persone non consenzienti, come per esempio su un autobus affollato. Anche in questo caso, come nel disturbo esibizionistico e voyeuristico, è centrale il fatto che la vittima sia inconsapevole e non consenziente, e che l’eccitazione è generata proprio dal potere che viene esercitato su di essa
  • Sadismo: riguarda fantasie ricorrenti, desiderio ed eccitazione sessuale nell’infliggere sofferenza fisica o psicologia ad un’altra persona

Queste sono soltanto alcune delle parafilie più diffuse nella popolazione mondiale. In base al DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), esse si configurano come dei veri e propri disturbi  se vengono soddisfatti determinati criteri tra cui: 

  • Nell’individuo, l’eccitazione, il desiderio e le fantasie sessuali aventi come fine un determinato target o comportamento, devono perdurare per almeno 6 mesi
  • L’eccitazione, il desiderio e le fantasie devono essere accompagnate da un disagio clinicamente significativo, che comprometta le aree di funzionamento dell’individuo, generando un forte distress
  • Oltre a questi due aspetti, nel caso del disturbo voyeuristico, del disturbo frotteuristico, del disturbo esibizionistico e del disturbo sadico è necessaria anche la non consensualità della vittima, come criterio fondamentale per poter effettuare la diagnosi

Nel caso di Mariolini, la manifestazione della sua parafilia assunse due aspetti principali: la rarità e la specificità. La sua donna ideale, non doveva semplicemente essere magra, ma doveva assumere le sembianze di un corpo privo di carne. Pretendeva una forma anatomica pura, costituita soltanto da ossa visibili.  Nelle sue stesse parole, la sua fantasia era agghiacciante: “...Me la immagino con la spina dorsale che si vede dalla pancia.” La presa di coscienza di questa parafilia lo spinse, in seguito, a cercare di realizzarla nel mondo reale, dando inizio al suo primo tragico esperimento relazionale.

Mariolini ebbe una relazione con Lucia che divenne presto la sua prima moglie. La loro non può essere letta come una storia d’amore, ma come il primo “esperimento” che l’uomo ha eseguito per affinare le sue tecniche di controllo, manipolazione psicologica e violenza. Quando la incontrò, Lucia era una donna molto magra (46 kg per 1,65 m), ma non abbastanza per i suoi standard. Per Mariolini, era una “Grandissima finta magra” perché, a detta sua, “Le ossa non si vedevano quasi per niente”. Per consumare il rapporto, l’uomo si sentì costretto a chiudere gli occhi e ad affidarsi solo al tatto, un gesto che rivelò la natura non negoziabile della sua ossessione. Non poté fare a meno di compierlo, l’ossessione era più forte della sua capacità di controllarla. La loro relazione si strutturò fin da subito su una dinamica tossica alternata tra violenza e  gesti “d’amore” messi in atto dallo stesso Mariolini (la cosiddetta pratica del love bombing) per far sì che la donna rimanesse legata a lui. Il suo obiettivo era quello di plasmare il corpo di Lucia in base al suo desiderio, esercitando una pressione psicologica costante per farla dimagrire. A un certo punto, arrivò addirittura a imporre un patto disumano: Lucia non avrebbe mai dovuto superare i 33 kg di peso, altrimenti sarebbe stata punita in modo sadico. Lei obbedì, non avendo la forza per opporsi al suo carnefice che ormai l’aveva in pugno. La gravidanza di Lucia segnò un punto di rottura emotivo per uomo: il corpo della donna cominciò a cambiare a causa dell’aumento di peso necessario per accogliere una nuova vita. Tutto ciò provocò nel marito disgusto e repulsione totali. Pronunciò queste parole agghiacciati riferendosi alla moglie: “Non riuscivo neanche a toccarla e  a sfiorarla. Provavo un senso di repulsione”. Anche se, in seguito, la coppia ebbe un secondo figlio, il disgusto di Mariolini per un corpo non più scheletrico era ormai insanabile. Questo portò i due a separarsi, ma l’ossessione dell’uomo crebbe sempre di più tanto da trasformarlo in un predatore seriale: cominciò a “cacciare” donne la cui magrezza era in linea con la sua perversione. Ebbe diverse relazioni con donne che pesavano dai ventitré ai trentacinque chilogrammi. L’elenco delle sue prede si configurò come un macabro catalogo misurato in chilogrammi. Lui non vedeva delle anime buone, ma soltanto un numero di chili che non doveva superare una certa soglia. Altrimenti, in questo caso, la sua furia avrebbe avuto la meglio. Per soddisfare la sua ossessione, Mariolini iniziò ad usare dei metodi aggressivi: pedinò diverse ragazze e, in alcuni casi, arrivò persino a prenderle con forza anche in caso di rifiuto, aggredendole. Non si faceva scrupoli.  

La sua attenzione era principalmente rivolta verso le ragazze che soffrivano di anoressia nervosa, uno dei più conosciuti disturbi del comportamento alimentare. È caratterizzata da una preoccupazione eccessiva per il peso corporeo, accompagnata da una restrizione estrema dell’assunzione di cibo, spesso associata a una percezione distorta del proprio corpo.

A un certo punto, però, la logica dell’uomo cambiò: non era più interessato alle persone afflitte da questa condizione, ma alle donne che avrebbero sofferto di fronte al suo potere. Non era più soddisfacente imporre la magrezza a donne che già la perseguivano. Il vero piacere, per lui, derivava dal dominare una volontà, dal costringere a dimagrire una “donna sana“, dal far soffrire chi non desiderava quella sofferenza. Così, decise di pubblicare un annuncio su un giornale all’interno del quale comunicò il suo interesse nei confronti di donne magre che erano in cerca di una relazione sentimentale:

“Sono un commerciante di buona posizione economica e vorrei conoscere a scopo di convivenza o matrimonio una ragazza tra i 18 e i 50 anni che sia veramente magrissima anzi scheletrica”

A questo annuncio rispose una donna: Monica Calò. All’epoca, aveva 23 anni e studiava logopedia a Padova.  All’apparenz, si mostrava come una ragazza responsabile, equilibrata e in gamba; ma dentro di sé si sentiva: “Molto fragile e molto insicura”. Il suo rapporto conflittuale con il cibo e con il proprio corpo, unito a una profonda vulnerabilità, la rese la candidata perfetta per un manipolatore come Mariolini. Al posto di spaventarsi leggendo l’annuncio, s’incuriosì. Il primo incontro tra i due ebbe luogo in una stazione di Padova il 12 Ottobre 1994. Mariolini capì fin da subito di trovarsi di fronte a una persona psicologicamente vulnerabile: si configurava come una preda fragile, perfetta per intessere il suo “lavoro di distruzione”. Sapeva che Monica gli avrebbe lasciato una “porta aperta” senza opporre resistenze. Con l’inizio della convivenza, la relazione si trasformò in una prigione psicologica e fisica finalizzata all’annientamento totale della donna. Vediamo insieme alcune delle tattiche usare dall’uomo per controllare la giovane:

  • Isolamento: le impedì di lavorare per evitare che “qualcuno di esterno potesse farla rinsavire“, tagliandola fuori da ogni contatto che potesse metterla in guardia
  • Sfruttamento economico: la costrinse a vendere due appartamenti di sua proprietà, ereditati, intascando i 76 milioni di lire del ricavato e rendendola completamente dipendente da lui
  • Controllo sul corpo: le impose delle regole ferree sul digiuno e sul vomito. Ogni mattina, la costringeva a pesarsi su una bilancia che si trovava ai piedi del letto. Divenne un vero e proprio rituale. Quando questo strumento segnava dei kg in più, Mariolini puniva Monica attraverso pugni e calci sullo stomaco per costringerla a vomitare

Lui stesso ammise con lucidità spaventosa: Volevo il controllo totale su di lei come se fosse stata una parte di me; una mia protesi.”

Monica, inesorabilmente, giorno dopo giorno si spense perdendo la sua solarità e, con essa, il suo spirito critico. Non aveva né le forze né gli strumenti “del pensiero” necessari per poter affrontare con lucidità la prigione entro cui era intrappolata, ma una fiamma luminosa brillava ancora dentro di lei: l’istinto di sopravvivenza le permise finalmente di ribellarsi. Monica, si ribellò pubblicamente in un ristorante mangiando contro le volontà di Mariolini. Tornati a casa, lui la punì costringendola a dormire sul pavimento freddo e, quella notte, lei afferrò tra le mani un martello e colpì l’uomo quattro volte alla testa. Subito dopo, in stato di shock, fu lei stessa a chiamare le forze dell’ordine e a confessare. Quando arrivarono i soccorsi, la trovarono gravemente emaciata, in uno stato fisico “disumano”. Venne messa agli arresti domiciliari, mentre Mariolini, dopo pochi giorni in ospedale, tornò libero.

È in questo periodo che Mariolini fece l’azione più sconcertante e profetica: scrisse e pubblicò un libro autobiografico: “Il cacciatore di anoressiche”. L’opera non è un pentimento, ma una confessione pubblica della sua perversione e una chiara minaccia di morte nei confronti di Monica. Alcuni estratti sono inequivocabili:

“Se si fosse ribellata l’avrei uccisa prima […] non poteva fuggire da me l’avrei raggiunta ovunque e l’avrei uccisa”

Nonostante questi avvertimenti espliciti, le autorità non misero a punto alcun intervento. In seguito, il rifiuto definitivo di Monica spinse Mariolini a mettere in atto il suo piano finale. Con la sua tipica insistenza manipolatoria, convinse Monica a concedergli un ultimo appuntamento. Forse la giovane accettò nella speranza di farlo ragionare, o forse per mostrargli la sua nuova forza, per fargli vedere che era finalmente indipendente da lui e dalla sua influenza. Lei scelse un luogo pubblico e affollato, forse nel tentativo di proteggersi.  L’incontro avvenne il 14 Luglio 1998 sul Lago Maggiore. Monica, dopo aver mangiato davanti a lui, si voltò per andarsene. A quel punto, l’uomo estrasse un coltello dalla giacca e si scagliò su di lei colpendola ventidue volte all’altezza del cuore. Dopo l’omicidio, si tuffò nel lago e iniziò a nuotare lentamente senza opporre alcuna resistenza quando i poliziotti si avvicinarono per arrestarlo. 

L’uomo venne condannato a 30 anni di reclusione. Nonostante gli venne diagnosticato un disturbo di personalità narcisistico e istrionico attraverso la perizia psichiatrica, venne rigettata l’ipotesi dell’infermità mentale: era perfettamente in grado di intendere e di volere. Inoltre, in aula si mostrò spavaldo e, dopo la lettura della sentenza, si rivolse ai genitori di Monica con parole agghiaccianti, definendosi “Un impareggiabile eccelso imbecille sì, ma non un criminale”. Tuttora, egli si ritiene una vittima della sua stessa ossessione e spiritualmente innocente per gli atti compiuti. A detta sua, “Non aveva altra scelta”. 

Valentina Tescari 

valentina.tescari01@icatt.it

SITOGRAFIA:

https://www.stateofmind.it/anoressia-nervosa/

https://www.stateofmind.it/disturbi-alimentari-dca/

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