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Il gioco è sinonimo di puro divertimento per i bambini. È un momento di spensieratezza e di gioia che pervade tutto lo spazio intorno a loro. È comune pensare che quest’attività sia fine a sé stessa, poiché apparentemente non ha alcuno scopo o effetto concreto. La realtà, invece, è che il gioco rappresenta il primo modo del bambino di conoscere se stesso e il mondo che lo circonda. In più, è una modalità di comunicazione ricchissima e, per questo motivo, può essere utile la sua interpretazione e il suo utilizzo per comprendere il bambino e il suo vissuto all’interno del contesto terapeutico.
I bambini, soprattutto durante la prima infanzia, non hanno ancora acquisito le capacità necessarie per comunicare all’adulto i propri pensieri, le proprie necessità e le emozioni che provano in risposta agli eventi quotidiani. Il modo in cui il bambino gioca dice del suo stato d’animo e, scavando un po’ più affondo, anche delle sue potenziali difficoltà. Ad esempio, potrebbe giocare alla “famiglia” e, nella dinamica di gioco, potrebbe replicare delle situazioni che gli hanno causato un forte stress, come un litigio recente tra i genitori. Il gioco è un modo per rivivere quel momento, comprenderlo e provare a gestirlo. Permetterebbe, inoltre, al bambino di comunicare che quel determinato evento ha avuto un effetto su di lui, positivo o negativo che sia. Ricordiamo che ognuno vive le esperienze in maniera diversa: uno stesso evento può avere effetti diversi su persone diverse. Per questo, un litigio blando, “normale” dal punto di vista dei genitori, potrebbe però essere vissuto dal figlio con timore.
Tra le metodologie terapeutiche che sfruttano il gioco come strumento per entrare in contatto con gli aspetti inconsci, cioè il mondo interno, del bambino vi è la Child Centered Play Therapy (CCPT) di RvanFleet. E’ “un approccio in cui il professionista promuove una relazione terapeutica che consente al bambino di elaborare esperienze ed emozioni attraverso il gioco” (UNT, Center for Play Therapy). Il terapeuta riconosce e sostiene la motivazione intrinseca del bambino quale fattore centrale nel processo di promozione del benessere. Si segue il suo ritmo nella scoperta e nella rivelazione degli aspetti di sé, senza porre domande o svolgere interpretazioni precoci. In questo senso, la CCPT è una metodologia non direttiva, in cui viene lasciato libero spazio al minore di giocare. Il terapeuta non orienta la seduta, bensì è il bambino a scegliere a cosa giocare, per quanto tempo e il tema di questi giochi.
Le sedute di CCPT possono essere svolte all’interno di una stanza apposita o anche in un angolo di uno spazio adibito ad altro, come una classe. All’interno dello spazio prescelto è importante che ci siano giochi diversi: plastilina, bambole, supereroi, macchinine … . Devono essere oggetti sicuri (che non possano causare danni al minore), consentire e agevolare l’uso dell’immaginazione e, infine, incoraggiare l’espressione di sentimenti o “temi”. Ad esempio, una casa delle bambole potrebbe rappresentare le dinamiche familiari, il gioco “occhio alla talpa” quelli legati all’aggressività, mentre una bacchetta magica può legarsi alla dimensione del potere e del controllo.
All’interno delle sedute emergeranno spontaneamente dei temi, schemi d’interazione, rappresentazioni o eventi significativi per il bambino. Tra quelli più comuni vi è la famiglia, i ricordi, la cultura, le emozioni, aspetti buoni e cattivi di una stessa caratteristica, l’aggressività…. Il loro riconoscimento consente al terapeuta di sintonizzarsi emotivamente con il bambino e di raccogliere nuove informazioni utili per la fase interpretativa. Segnali che possono indicare l’emergere di un tema sono: la ripetizione, il cambiamento improvviso, il mettere in atto comportamenti simili con giochi differenti, l’intensità del gioco e la concentrazione durante l’attività. L’interpretazione deve essere sospesa fino alla fine della seduta.
Nell’ora in cui il bambino è nella stanza del gioco, il terapeuta deve essere totalmente concentrato su di lui, per osservarne i comportamenti, certo, ma, soprattutto, per manifestare il valore che da alla persona che ha davanti. Il terapeuta deve essere coinvolto totalmente nell’esperienza di gioco. In questo modo, il bambino potrà sentirsi più facilmente visto, compreso, sentito e ciò costituirà la base della relazione terapeutica. È importante che il professionista parli con il piccolo paziente evitando di fare domande, di dare suggerimenti o soluzioni e di offrire risposte immediate. Queste azioni limiterebbero le possibilità espressive del bambino, dandogli una sorta di guida che, per quanto apparentemente rassicurante, limiterebbe la sua attività di sperimentazione di sé e dell’ambiente circostanze. Ad esempio, un bambino potrebbe chiedere come fare qualcosa; nella CCPT, al posto di dirgli direttamente come si fa, si potrebbe decidere di restare un attimo in silenzio, rimarcare la domanda e aspettare che il bambino faccia da sé, che ci provi in autonomia.
Rispetto a ciò, libertà di espressione non significa assenza di regole. Queste ultime permettono al terapeuta di definire le caratteristiche del contesto terapeutico: è un ambiente sicuro ed è un momento di gioco diverso dagli altri. Le regole garantiscono la creazione di un ambiente strutturato, prevedibile, che trasmette sicurezza e, paradossalmente, libertà. Un esempio di strutturazione è rappresentato dall’utilizzo di formule rituali all’entrata e all’uscita dalla stanza del gioco terapeutico. Queste riattivano le rappresentazioni e le associazioni correlate alla stanza ed eviteranno la messa in atto di comportamenti dirompenti, soprattutto al momento del ritorno a casa. Tra queste vi sono le formule di chiusura, come il comunicare al bambino 15, 10 e 5 minuti prima quanto tempo ha ancora a disposizione per giocare, così da aiutarlo nella gestione della frustrazione. Per essere efficaci, le regole devono essere semplici e comprensibili.
Una situazione che si potrebbe presentare durante le sedute è la richiesta del bambino di poter giocare insieme al terapeuta. In questi casi, il terapeuta può solo giocare. Il professionista potrebbe trovarsi a interpretare un ruolo di fantasia che il bambino gli attribuirà, potrebbe dover seguire delle regole o addirittura venire ripreso se esce anche solo di poco dal personaggio. La disponibilità del terapeuta dimostra empatia e accettazione al minore, rafforzando ulteriormente la relazione terapeutica e incoraggiando l’espressione di sé. in più, è un’occasione utile per comprendere da vicino i temi che il bambino sta cercando di rappresentare.
Rispetto ai temi, a seguito della seduta, il terapeuta li analizzerà associandoli ai comportamenti osservati, a ciò che conosce della quotidianità del bambino e agli obiettivi della terapia. A questo fine, è utile coinvolgere i genitori nella terapia. Il primo contatto con i caregivers rappresenta una sorta di “seduta 0” in cui avviene la conoscenza con il professionista e viene esposta la richiesta da parte dei genitori. A seguito, con l’avvio della terapia, il genitore riceverà al termine di ogni seduta un breve feedback. In più, periodicamente verranno svolti degli incontri che hanno l’obbiettivo di rendere sempre più consapevoli le figure parentali rispetto ai bisogni del figlio. Il contatto con il professionista e il chiarimento di eventuali dubbi sulla metodologia terapeutica sono fondamentali per ridurre le resistenze dei caregivers rispetto alla CCTP. È possibile, inoltre, organizzare delle sedute “familiari”, in cui sono presenti sia gli adulti di riferimento sia il bambino nella stanza del gioco terapeutico. Il terapeuta osserva la famiglia giocare e raccoglie informazioni su attaccamento, conflitti, modalità di comunicazione, stili genitoriali, ruoli famigliari e metodi educativi. Al termine di queste specifiche sessioni, il professionista svolge una restituzione con i genitori. Il suo atteggiamento sarà aperto rispetto alle considerazioni dei caregivers sull’esperienza appena vissuta. Ciò permetterà al terapeuta di esplorare con loro dubbi e preoccupazioni; in più, avrà l’occasione di approfondire il contesto casalingo del bambino per identificare possibili analogie rispetto al comportamento nella stanza del gioco.
In conclusione, la Child Centered Play Therapy è una metodologia che considera il gioco come lo strumento di comunicazione principale del bambino. Attraverso un approccio non direttivo, empatico e strutturato, il terapeuta offre al minore uno spazio sicuro in cui poter esplorare, esprimere ed elaborare emozioni, vissuti ed esperienze significative. La relazione terapeutica, fondata sull’accettazione incondizionata e sulla fiducia nelle risorse interne del bambino, diventa il vero motore del cambiamento. In questo senso, la CCPT valorizza il potenziale del gioco come strumento di promozione del benessere del bambino.
Giulia colombo
Bibliografia
Landreth, G. L. (1993). child-centered play therapy. Elementary School Guidance & Counseling, 28(1), 17–29. http://www.jstor.org/stable/42869126
Bratton, S. C., Ray, D. C., Edwards, N. A., & Landreth, G. (2009). Child-centered play therapy (CCPT): Theory, research, and practice. Person-Centered and Experiential Psychotherapies, 8(4), 266–281. https://doi.org/10.1080/14779757.2009.9688493
Seminario “Come il gioco diventa terapia” della dottoressa Ioana Marchis, Università di Milano Bicocca, corso di “Cambiamento Evolutivo e Promozione dello Sviluppo Psicologico” della professoressa Chiara Turati
Sitografia
https://cpt.unt.edu/about-play-therapy/child-centered-play-therapy
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