Dominio, forza, controllo: il lato maschile della guerra
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L’idea di questo articolo nasce da un’osservazione personale: perché la guerra — nonostante sia una parola di genere femminile — continua a essere decisa e condotta prevalentemente da uomini? Questa riflessione si è sviluppata progressivamente per indagare il nesso profondo tra modelli di maschilità e guerra, al di là delle sole motivazioni economiche o geopolitiche.
Per cominciare, definiamo un modello di maschilità estrema: l’ipermascolinità. In psicologia, questo termine indica l’esasperazione degli stereotipi maschili, caratterizzata da un’enfasi su forza fisica, aggressività e sessualità. Non si tratta di una condizione naturale, ma di un modello culturale che definisce cosa significhi “essere uomini” in certi contesti sociali.
Già nel 1948, Donald L. Mosher e Mark Sirkin individuarono tre dimensioni fondamentali dell’ipermascolinità:
- un atteggiamento sessuale insensibile verso le donne;
- la convinzione che la violenza sia prerogativa maschile;
- la percezione del pericolo come esperienza eccitante.
Questi elementi confluirono poi nell’Hypermasculinity Inventory (HMI), uno strumento che ha guidato ricerche successive. Alcuni studi hanno evidenziato come livelli elevati di ipermascolinità siano associati alla violenza contro le donne e risultino significativamente più alti nei soggetti carcerari rispetto ai gruppi di controllo.
L’ipermascolinità è strettamente legata anche alla rappresentazione del maschile nei media, che ne contribuiscono alla normalizzazione. Pubblicità, cinema hollywoodiano e videogiochi propongono sistematicamente uomini dominanti, fisicamente potenti, emotivamente impermeabili e legittimati all’uso della violenza. Queste immagini non si limitano a descrivere il maschile, ma ne definiscono i confini simbolici.
La ripetizione quotidiana di tali rappresentazioni costruisce un sistema di valori interiorizzato da uomini e donne, spesso inconsapevolmente. Molti uomini cercano di conformarsi agli standard fisici ed emotivi proposti; le donne, invece, sono spinte a ruoli complementari, finendo per essere inglobate in una dinamica che normalizza violenza e dominazione.
Un elemento centrale dell’ipermascolinità è il controllo emotivo, spesso interpretato come segno di forza e resistenza. L’insensibilità emotiva, in particolare verso le donne, è descritta come tratto caratteriale: compassione ed espressione emotiva vengono rifiutate perché associate al femminile. Questo modello incide profondamente sulle modalità di comunicazione e relazione, limitando la possibilità di riconoscere vulnerabilità, empatia e responsabilità emotiva.
Quando modelli di maschilità restrittiva diventano criteri di accesso al potere, smettono di essere un problema individuale e si trasformano in strutture che orientano le decisioni politiche, incluse quelle militari.
Per molti studiosi, il militarismo non è solo una strategia politica, ma l’espressione più estrema del patriarcato nelle relazioni internazionali. Un sistema che mette insieme dominio, gerarchia, obbedienza e disprezzo per la vita, e che affonda le radici in modelli di maschilità fondati su forza, controllo e aggressività. Anche quando sono le donne a sostenere politiche di guerra, lo fanno spesso all’interno della stessa logica: una cornice che assegna ruoli precisi e trasforma il corpo femminile in terreno di controllo, arma simbolica o bersaglio.
La guerra, in questo senso, non è neutra. Come ha osservato la sociologa Carol Smart, è sessista, maschile e sessuata. È sessista perché legittima violenze che colpiscono in modo sproporzionato le donne, dagli stupri di guerra alle forme sistematiche di abuso. È maschile perché continua a essere pensata e raccontata attraverso valori e simboli tradizionalmente associati al maschile: comando, armi, disciplina, retoriche che esaltano la forza e disumanizzano il nemico. È sessuata perché assegna ruoli di genere rigidi, che rafforzano stereotipi e disuguaglianze.
Questa lettura trova conferma anche nella ricerca. Uno studio recente di Yendell e Herbert (2025) mostra che il sostegno alla guerra non dipende solo da interessi strategici o calcoli geopolitici. Conta, e molto, l’adesione a norme di maschilità che premiano forza, dominio e uso della violenza. Non è una questione biologica di età o genere, ma di modelli interiorizzati: chi tende a sottomettersi all’autorità è anche più incline a giustificare la guerra e ad accettarne la brutalità.
In questo quadro, la guerra diventa una risposta identitaria. Un modo per difendere un ordine gerarchico percepito come in crisi e per riaffermare una maschilità che non tollera compromessi né vulnerabilità. Quando il potere è costruito sull’idea di controllo assoluto, il dialogo appare come debolezza e il compromesso come umiliazione. La forza resta così l’unico linguaggio considerato legittimo.
Questi modelli non sono passati inosservati in ambito scientifico. L’American Psychological Association (APA) ha riconosciuto l’impatto delle maschilità restrittive sulla salute psicologica e sociale, istituendo la Division 51 (Society for the Psychological Study of Men and Masculinities). Essa promuove percorsi che permettano a ragazzi e uomini di vivere una vita sana e positiva, e di correggere gli effetti dannosi di modelli maschili rigidi e normativi.
Il legame tra militarismo, violenza e mascolinità tossica non è naturale e può essere modificato. Come sottolinea Raewyn Connell, le strategie per la pace devono includere la trasformazione della mascolinità, sostituendo violenza e dominio con negoziazione, cooperazione e uguaglianza. L’educazione alla nonviolenza e alle questioni di genere diventa fondamentale: insegnare rispetto, consenso, metodi nonviolenti e modelli alternativi di mascolinità e femminilità. È chiaro che questo non risolverà tutti i conflitti, che hanno anche forti componenti geopolitiche ed economiche, ma rappresenta un passo cruciale verso una cultura della pace.
Questo articolo non è un atto d’accusa contro gli uomini, ma una critica a un modello di maschilità che ha governato il mondo troppo a lungo e che oggi reagisce con la violenza quando messo alle strette. Non è il cromosoma Y a produrre la guerra, ma un sistema di potere che ha selezionato, premiato e normalizzato tratti specifici: dominio, invulnerabilità e ossessione per la vittoria.
Emma Carletti
BIBLIOGRAFIA
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Yendell, A., & Herbert, D. (2025). Authoritarianism and the Psychology of War: Exploring Personality Traits in the Legitimation of Military Conflict. Politics and Governance, 13, Article 10292. https://doi.org/10.17645/pag.10292
SITOGRAFIA
https://it.wikipedia.org/wiki/Ipermascolinit%C3%A0
https://www.apa.org/pubs/journals/men
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