INTERVISTA AD UN’EDUCATRICE SOCIO-PEDAGOGICA: UN APPROFONDIMENTO INTORNO AL LAVORO CON L’ANZIANO

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L’intervista che segue nasce con lo scopo di promuovere il lavoro che viene quotidianamente svolto in assistenza all’anziano istituzionalizzato in RSA o ancora domiciliato. Questo lavoro richiede molta sensibilità e cura della relazione. L’età senile possiede aspetti di vulnerabilità, eppure porta con sé caratteristiche uniche e alcune possibilità, che vengono espresse e tutelate all’interno del lavoro di educatrici e educatori. Così come da tutte quelle figure in sanità che accompagnano le persone al buon invecchiamento.

Intervisto Valentina verso cui nutro sincera stima come persona ed ex collega. Le nostre strade si sono incontrate lavorando all’interno di una struttura sanitaria assistenziale per anziani, e, in questa sede, ho piacere di parlare con lei di alcune questioni rilevanti sul tema.

  • Ciao Valentina, partiamo! Ti chiedo di presentarti.

“Buongiorno sono Valentina Boscaglia, educatrice e pedagogista. Da cinque anni lavoro presso una casa di riposo, in particolare, mi occupo del servizio di RSA aperta.”

  • Raccontaci in cosa consiste questo servizio.

“Si tratta di un servizio gratuito in regione Lombardia, volto a migliorare la qualità di vita degli anziani che vivono ancora al domicilio. Questa iniziativa vuole sollevare le famiglie dal carico assistenziale previsto nella cura. In quanto educatrice mi occupo del progetto di stimolazione cognitiva rivolta ad anziani con diagnosi di demenza o Alzheimer oppure ad anziani con progetto di non autosufficienza. Al momento seguo circa trenta persone presso il loro domicilio.”

  • Grazie. Non tutti conoscono l’attività di stimolazione cognitiva, mi piacerebbe che mi parlassi di cosa si tratta, quindi, qual è lo scopo e perché ha valore questa attività. Ma anche come decidi di impostarla tu con i tuoi utenti.

“Certo, la stimolazione cognitiva è una terapia non farmacologica volta a mantenere le abilità cognitive residue delle persone che vengono coinvolte.” […] “Io solitamente imposto un primo incontro conoscitivo, raccolgo informazioni relative alla storia di vita, le passioni e tutti gli avvenimenti più significativi, tutto ciò mi permette di conoscere ciò che è stato importante per quella persona, al fine di creare un progetto educativo individualizzato. Gli incontri che svolgo sono gratuiti (perché i fondi sono stanziati dalla regione) e hanno una durata di 45 minuti. Cerco di renderli informali, in modo che la persona si senta a proprio agio e specifico spesso che non si tratta di un incontro “scolastico”. Io non ho la pretesa di insegnare ma chiarifico sempre che si tratta di un’esercitazione per il mantenimento delle abilità cognitive.” […] “L’obiettivo della stimolazione cognitiva non è eliminare la malattia , anche perché, purtroppo, non sarebbe possibile farlo. L’obiettivo è provare a mantenere il più a lungo possibile le competenze residue presenti al momento della presa in carico.”

  • Quindi vuoi dirmi che la stimolazione cognitiva non è solo il cruciverba da spiaggia?

No, non è solo un cruciverba, credere che sia solo quello è riduttivo. La stimolazione cognitiva consente di esercitare diverse funzioni cognitive come il linguaggio, la memoria, la logica, l’attenzione, l’orientamento nello spazio e nel tempo. Ha la caratteristica di essere molto versatile e adattabile al soggetto cui è destinata, per esempio ad un amante dei viaggi e delle montagne ho stampato delle cartine geografiche e luoghi che in passato aveva visitato, cercando di ricostruire insieme l’itinerario che era solito svolgere quando aveva ancora la possibilità di fare lunghe camminate. In questo modo vengono stimolate diverse funzioni cognitive contemporaneamente, tra cui la memoria autobiografica, l’orientamento nello spazio, il linguaggio (mi raccontava incalzandomi ” io sono stato in quelle terre” e “ho visitato quel luogo una volta”). Quindi non è un’attività superflua, esercita le varie funzioni e allo stesso tempo ci permette di lavorare in favore del benessere della persona, anche con l’espressione di emozioni positive date da ricordi del passato.”

  • Grazie Valentina, durante il lavoro svolto in casa di riposo ho percepito moltissimo il valore di questa attività per come l’hai descritta. Credo che la restituzione di dignità e identità, sia alla base di molte interazioni ed esercitazioni che impostiamo.  Aiutare a ricordarsi chi si è, cosa ha contato e continua a contare in quella storia di vita mentre molto viene dimenticato, io credo sia un aspetto cardine, forse il più importante. Mentre parlavi delle vette del tuo anziano a domicilio, ricordavo di una signora in reparto, con la quale parlavo di procedura e ingredienti di una sua torta preferita. Da lì è riemersa la memoria del profumo di casa, il ricordo dei figli quando andavano a scuola, le feste di compleanno in famiglia.

Passerei alla prossima domanda.

Ne abbiamo parlato in diverse occasioni insieme e mi piacerebbe ne parlassi anche qui. Come influenza il tuo lavoro, lo sguardo che hai sulla persona e la sua famiglia, intesi non solo per il bisogno assistenziale che portano?

“Il rapporto con i familiari è fondamentale. A volte la famiglia mi è molto d’aiuto per l’elaborazione e la modifica del progetto. Trovo che il lavoro sia molto più efficace quando c’è fiducia tra tutte le parti. Comunque sia è vero, non ho mai visto la persona solo come qualcuno a cui erogare un servizio e basta. L’anziano viene messo al centro, è assistito anche da diverse figure professionali oltre alla mia, penso agli OSS,  la psicologa, la fisioterapista…

Penso che la terza età, nonostante tutte le difficoltà che riguardano questa fase di vita, abbia come tutte le altre età molta dignità e sia da valorizzare.  Io con il mio lavoro conosco tante storie, spesso di quel passato che mi raccontano ne faccio un bagaglio personale. Per cui non è mai solo rispondere ad un bisogno assistenziale, è anche quello ma non solo.”

  • Grazie. Il lavoro assistenziale pensato in questi termini assume un valore positivo, sia per chi si predispone a farlo, sia soprattutto per i destinatari. A questo punto ti chiederei di parlarmi di un progetto che svolgi insieme ad una psicologa. Il progetto “Caffè Alzheimer”.

“Volentieri. Due volte al mese svolgiamo io e la collega psicologa, il “Caffè”. Questo avviene negli spazi del centro diurno Alzheimer all’interno della struttura per la quale lavoro. Il progetto esiste in tutta Italia.” […] “nella prima parte dell’incontro (la prima mezz’ora) gli anziani e i loro caregivers si riuniscono insieme a noi per bere il caffè. Questo serve per creare gruppo e favorire la conoscenza reciproca. Dopodiché ci dividiamo in due gruppi, la psicologa si occupa dei caregivers, svolgendo un lavoro di formazione e informazione, anche stimolando il mutuo aiuto. Io mi occupo degli anziani che spesso mi conoscono già perché li seguo al domicilio, con cui svolgo attività di stimolazione cognitiva, laboratori creativi, musicali, giochi di società.”

“Ogni partecipante presenta residualità cognitive differenti, quindi strutturo attività di gruppo calibrate sulla maggiore eterogeneità possibile. Il supporto allo svolgimento è dato anche da due volontari della Croce Rossa di Desenzano. La durata delle attività è di un’ora, in totale l’incontro è di un’ora e mezza e nasce per promuovere la condivisione e il supporto.” […] “L’obiettivo è far si che nessuno si senta solo, l’anziano e la sua famiglia compresa. Il caffè Alzheimer è nato per prevenire l’isolamento sociale, perché spesso questa patologia allontana le persone dalla socialità, spesso anche perché il malato ha comportamenti poco accettati socialmente.” […] “Il progetto sostiene il familiare che in uno spazio protetto riceve informazioni circa la gestione dei disturbi del comportamento, sapendo che, contemporaneamente, il proprio caro svolge nel medesimo contesto un’attività socializzante. Questo è il valore principale del progetto.”

  • Grazie per il tuo prezioso contributo. Vorresti concludere con un messaggio in particolare?

Io spero che questa intervista possa far luce sull’importanza dei servizi domiciliari per gli anziani e tutti i contesti d’aggregazione, come il Caffè Alzheimer, per un futuro sempre più a misura d’anziano.

Da Valentina Lardini

Vlardini77@gmail.com

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