“PICCOLE COSE DI VALORE NON QUANTIFICABILE”: Le parole per l’abuso

Tempo di lettura: 6 minuti

Il cortometraggio racconta il momento in cui Francesca, una ragazza di circa 24 anni, denuncia l’abuso sessuale subito dal padre intorno ai 14 anni e perpetrato per i dieci anni successivi. Nonostante la scena appaia semplice e di routine in realtà nasconde diversi elementi di complessità in quanto entrambi i  personaggi mostrano caratteristiche specifiche così come la relazione che si costruisce in questo particolare contesto.

Francesca si siede davanti al brigadiere per denunciare l’abuso del padre ma lo fa in un modo che non ci aspettiamo. Con una certa sicurezza, inizia a parlare dei propri sogni che le sono stati rubati e il brigadiere viene inizialmente colto di sorpresa da questa dichiarazione, pensa di aver sentito male, e cerca di correggere la ragazza che però rimane ferma nella sua dichiarazione. In questa prima interazione possiamo notare l’utilizzo di due registri differenti: Francesca si pone sul livello affettivo/immaginativo, quasi utilizzasse una metafora, mentre il brigadiere ha come istinto di porsi sul piano della realtà dei fatti, dell’oggettività. Ecco che Francesca introduce una sorta di discorso parallelo ma allo stesso tempo sovrapposto all’abuso. Inizia a parlare di questo evento terribile senza mai nominarlo eppure lasciandoci intendere la presenza di una drammaticità di fondo.

Tuttavia, dopo un primo smarrimento iniziale, il brigadiere accoglie questa deposizione e inizia a calarsi nel registro di Francesca, forse incuriosito dal bizzarro esordio o forse avendo intuito che sotto questa confessione poteva esserci di più. Inizia così a farle una serie di domande, cercando di stabilire una collocazione di questo inusuale furto dal punto di vista della dimensione spazio-temporale (quando è avvenuto, cosa è stato rubato, il valore di quanto rubato e che forma assume il contenuto di questo particolare furto) e di circoscrivere e ridimensionare un discorso che rischia di essere troppo esteso e incomprensibile a chi ascolta. Francesca si mostra esitante e riflessiva, forse perché troppo difficile trovare le parole giuste per descrivere ciò che prova in modo concreto o forse perché vorrebbe tirarsi indietro. A tratti mostra atteggiamenti e difese regressive come per esempio allarga le braccia per indicare l’ampiezza di un amore, un gesto che ricorda quello di un bambino che descrive alla madre o al padre quanto lo ama.

Successivamente, la ragazza dichiara che non è solo l’amore ad essere scomparso (quello per il padre? Quello da investire in una sua ipotetica relazione con una persona esterna alla famiglia?), è scomparsa la fiducia, in se stessa e negli altri. Si tratta di un esito dell’abuso che non sorprende: come potrebbe fidarsi di una persona che facendo leva su una specifica relazione filiale che ha dei presupposti di amore, fiducia, protezione, valorizzazione e rispetto, ha letteralmente abusato di questi aspetti sia dal punto di vista emotivo che fisico? E come potrebbe lei fidarsi di sé stessa pensando di aver perso il controllo sulla propria vita? Naturalmente la perdita di fiducia si accompagna ad un senso di colpa forse verso se stessa per non aver capito prima e non aver reagito, forse verso il padre che ha abusato di lei, con il quale però c’è un vincolo di lealtà dal quale in fondo è difficile liberarsi.

Il brigadiere continua ad accompagnare con delicatezza, comprensione e interesse le dichiarazioni di Francesca, rispettando i suoi tempi di elaborazione, comprensivi di silenzi carichi di riflessività, tensione ma a volte anche di assenza, come se volesse dissociarsi da quanto sta accadendo; a volte rilanciando ciò che lei dice (“Una mano è una mano”, come a dire: “Inutile cercare di qualificare una mancanza, è rilevante che sia mancata, questo è sufficiente”). Egli, inoltre, continua a cercare di entrare nel linguaggio della ragazza pur lasciando intendere che è tuttavia necessario fare un’ulteriore passo, uscire da questa sorta di dissociazione tra l’evento e superare l’incapacità di parlarne in quanto tale.

In effetti, Francesca parla di confusione e anche il suo comportamento non verbale lascia intendere che sia confusa e non sempre presente a se stessa, come in uno stato di dissociazione post traumatica. Quando il brigadiere parla di “allarme”, e luoghi sicuri dove ciò che è stato rubato poteva essere conservato, può far pensare ad un’indagine rispetto a quali risorse, appoggi e “luoghi sicuri” facessero parte del mondo di Francesca: la ragazza infatti non lascia intendere la presenza di un’altra figura come la madre, fratelli, amici, un lavoro, la scuola. È lì seduta, fisicamente sola e forse ugualmente lasciata a se stessa nell’emotività, anche se non è possibile sapere se alla base del suo coraggio nel denunciare l’accaduto siano coinvolte altre persone o avvenimenti particolari. Cosa le ha fatto prendere coscienza del fatto che effettivamente l’amore non è come te lo raccontano? Che non è sempre buono e che a volte le regole le scrive chi è più forte di te? Presupponendo inoltre che se qualcuno si impone con la forza nell’amore e che se quest’ultimo non è buono si tratti comunque di amore, cosa non possibile perché si tratterebbe di altro. La confusione che denuncia Francesca è palpabile (nelle verbalizzazioni e nell’atteggiamento quasi ritirato e impaurito di una bambina) e giustificata dall’abuso subito dal padre in un momento ben preciso, quello dell’adolescenza, in cui c’è una costruzione e una ristrutturazione della propria identità, in cui si impara a rapportarsi con un corpo che cambia e si rinnova.

Quando il brigadiere esprime il proprio parere riguardo alla fiducia e si paragona al padre della ragazza, quest’ultima ha un evidente momento di turbamento, sembra non reggere più la conversazione e lo sguardo del brigadiere e quindi chiede dell’acqua. È solo verso la fine che il brigadiere introduce l’argomento dell’aggressore: ha probabilmente ben chiaro di cosa si tratta e tenta un approccio più diretto, cercando anche di accompagnare questo momento delicato con delle riflessioni che incoraggino la ragazza ad affrontare questo sforzo finale, che poi è solo l’inizio. Il cortometraggio termina con la relazione del brigadiere che scrive una dichiarazione sorprendente, dando a Francesca una restituzione su quanto si sono detti in commissariato. È possibile notare un certo parallelismo con la seduta psicologica e il suo setting: il brigadiere accoglie il sovralivello del discorso di Francesca (quasi metaforico), non la forza a rifarsi ad un linguaggio descrittivo, più indicato per scrivere una deposizione. Accompagna Francesca per tutto il colloquio, rispettando i suoi tempi e cercando ogni tanto di inserire qualche spunto di riflessione e incoraggiamento, non mostrandosi invadente e restituendo alla ragazza quanto lei non era riuscita a verbalizzare in modo così diretto. Un risultato che in effetti è stato ottenuto dopo un’elaborazione congiunta di Francesca e del brigadiere che è riuscito a introdurre un passaggio dal punto di vista semantico e contenutistico.

Di Laura Messina

lauramessina02@gmail.com

Bibliografia e sitografia

  • https://www.youtube.com/watch?v=tOMHEAmirIY&t=3s
  • Carini A., Pedrocco Biancardi M.T., Soavi G., L’abuso sessuale intrafamiliare, Raffaello Cortina, Milano, 2001
  • Cirillo S., Di Blasio P., La famiglia maltrattante. Diagnosi e terapia, Milano, Cortina, 1989
  • Di Blasio P., Psicologia del bambino maltrattato, Bologna, il Mulino, 2000

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