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Avete presente il detto “Chi la fa l’aspetti”, “Ciò che semini, raccogli”, ma anche “Tutto il bene che fai ti tornerà indietro”? Tutte queste espressioni sono diventate ormai parte del nostro immaginario collettivo e fanno tutte riferimento al concetto di karma.
Il karma è percepito come una sorta di bilancia universale, un senso di giustizia trascendentale che imprigiona tutti e a cui tutti devono rendere conto prima o poi. Ma la vera domanda è: il karma esiste ed è reale? Oppure è solo una convenzione umana creata per ripristinare un senso di omeostasi? A questo proposito, con il termine “omeostasi” si intende un equilibrio interiore che viene sempre ricercato, in modo più o meno consapevole, dalle persone (Treccani). Gli esseri umani sono grandi ricercatori di coerenza in tutti i loro comportamenti, decisioni e credenze: quando acquistiamo un prodotto, per esempio, cerchiamo di auto-convincerci di aver scelto il migliore fra quelli esposti (ricerchiamo sempre una soddisfazione post-acquisto), quando abbiamo freddo indossiamo un giubbotto pesante per ristabilire la temperatura corporea ottimale, quando rompiamo un vaso cerchiamo di rimediare riparandolo o sostituendolo con uno nuovo… si potrebbero riportare infiniti esempi di questo genere. Il mondo è pieno di contrasti: il bene e il male, lo Ying e lo Yang, l’ordine e il caos… E le persone provano quotidianamente a risolverli cercando compromessi.
In un certo senso noi abbiamo bisogno di credere al karma, ovvero a qualcosa che, di fronte a situazioni di squilibrio, riporti l’armonia iniziale “punendo” o “premiando” i vari comportamenti messi in atto. Proprio perché siamo noi ad avere bisogno del karma, allo stesso modo siamo noi a crearlo attivamente attraverso la nostra psicologia, con i nostri modi di agire, con le nostre credenze e le risorse cognitive. Per spiegare meglio cosa s’intende, bisogna fare riferimento alla teoria sviluppata da Fredrickson nel 1998, chiamata “Broaden-and-Build Theory of Positive Emotions” (Fredrickson, 1998). Secondo la ricercatrice le emozioni positive avrebbero il compito evolutivo ed adattivo di promuovere l’ampliamento dei propri orizzonti dal punto di vista sociale, cognitivo e delle proprie abilità. Nonostante, infatti, gli affetti siano transitori, le loro conseguenze possono portar ad effetti duraturi: per esempio instaurare un legame con una persona dopo aver trascorso un bell’incontro insieme. Anche l’apprendimento, la creatività e il problem solving ne risentono. In altre parole, quindi, più viene mostrato un atteggiamento e un mindset aperto e positivo, più sarà facile trovare opportunità e ambienti positivi dove crescere ancora di più, proprio perché le emozioni positive sono contagiose e si amplificano di conseguenza, contribuendo anche all’aumento delle altre risorse cognitive. Al contrario, negatività porta altra negatività, (si potrebbe paragonare ad un cane che si morde la coda) ed è per questo motivo che è importante imparare a gestire gli stati d’animo difficili e trasformarli in crescita personale.
Quindi, la prossima volta che vi verrà di pensare “oggi è proprio una brutta giornata, sta andando tutto storto!”, provate piuttosto a pensare che percepite tutto negativo proprio perché state affrontando la situazione in modo negativo. La vita non è altro che uno specchio che riflette la tua immagine: più sei sorridente più il riflesso ti sorriderà indietro.
Di Emma Dalla Costa
emmadc.mi@gmail.com
Bibliografia
Fredrickson, B. L. (1998). What good are positive emotions?. Review of general psychology, 2(3), 300-319.

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