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I neuroni specchio (o mirror neurons) sono una classe di neuroni motori che si attiva involontariamente sia quando un individuo esegue un’azione finalizzata, sia quando quest’ultimo osserva la medesima azione compiuta da un altro soggetto, consentendo così la comprensione dell’azione altrui nonché la condivisione delle emozioni. Vale a dire che, quando osserviamo qualcuno compiere un’azione, nella nostra mente si attivano gli stessi neuroni che si sarebbero attivati se fossimo stati noi a compiere quella stessa azione; così come, se vediamo qualcuno manifestare tristezza, entrano in gioco circuiti neuronali simili a quelli deputati all’espressione della stessa.
Com’è facile immaginare, la scoperta dei neuroni specchio, avvenuta negli anni Ottanta del secolo scorso per merito di un team di ricercatori dell’Università di Parma, ha rivoluzionato il modo di pensare il cervello umano e il comportamento sociale, aprendo la strada a varie prospettive di ricerca: i neuroni mirror sono stati associati a diverse funzioni cognitive, quali l’acquisizione del linguaggio e l’apprendimento per imitazione, nonché la teoria della mente (cioè la capacità di rappresentarsi gli stati mentali altrui) e il costrutto dell’empatia; rivestono, inoltre, un ruolo importante anche nella fruizione dell’arte.
In realtà, i neuroni specchio spiegano qualcosa che intuitivamente si è sempre saputo: osservando, si impara. Infatti, guardando una persona compiere un’azione, il nostro cervello codifica i movimenti motori coinvolti ed è in grado di riprodurli, favorendo così l’apprendimento.
Allo stesso tempo, comprende immediatamente le intenzioni implicate in tali movimenti osservati; intuire le finalità dell’agire altrui ha una funzione adattiva fondamentale in quanto ci permette di fare previsioni sul comportamento degli altri e di prepararci a reagire adeguatamente.
Rizzolatti afferma che “In ogni azione, oltre ciò che si fa, conta l’intenzione, il perché lo si fa”, contrapponendo al “cosa si fa” il “come lo si fa”: come prendo un bicchiere dice qualcosa della mia intenzione; se lo sollevo in modo aggressivo, la mia intenzione sarà quella di scagliare il bicchiere contro l’interlocutore, il quale, prontamente, provvederà ad abbassarsi o a coprirsi il volto. Questo automatismo è possibile grazie all’attivazione dei neuroni specchio, i quali ci rivelano in tempo reale l’intenzione di chi abbiamo di fronte: si verifica una comprensione istantanea dell’altro, senza bisogno di mettere in gioco processi cognitivi superiori; il procedimento, infatti, non è logico, ma intuitivo: è come se “sentissimo” l’azione e lo stato emotivo dell’altro “da dentro”.
Questa scoperta permette dunque di spiegare fisiologicamente quelle che sono capacità umane primarie presenti sin dalla prima infanzia, come l’apprendimento per imitazione e la disposizione a mettersi in relazione con gli altri: fin dai primi anni d’età, infatti, attraverso la sola osservazione, l’essere umano è in grado di comprendere lo stato emotivo e le intenzioni altrui e di agire di conseguenza. Per esempio, si è visto che bambini di un anno, vedendo un coetaneo piangere, chiamano la mamma affinché lo accudisca, mostrando di saper riconoscere negli altri lo stato emotivo sottostante a una determinata manifestazione emotiva.
Su questa scia, diversi studi hanno associato una carenza di neuroni specchio a disturbi dello spettro autistico: questo spiegherebbe l’incapacità di alcuni soggetti autistici di comprendere gli stati mentali degli altri e di relazionarsi ad essi. Nei bambini con autismo, infatti, sono assenti sia il pointing dichiarativo, che consiste nell’indicare qualcosa per direzionare l’attenzione dell’altro condividendo l’esperienza; sia il gioco simbolico, che si fonda sulla capacità di rappresentarsi le intenzioni altrui. Tale scoperta apre la strada alla prospettiva di una qualche forma di terapia farmacologica.
Saper leggere gli stati mentali è un’abilità sociale fondamentale che prende il nome di empatia, dal greco en-pathos, cioè “sentire dentro”; l’empatia, infatti, consiste nel riconoscere le emozioni degli altri come se fossero proprie. Questo processo è reso possibile dalla simulazione incarnata, vale a dire un meccanismo motorio che consiste nella simulazione dello stato corporeo dell’osservato e che favorisce così una forma diretta e immediata di comprensione e condivisione. Sempre Rizzolatti sostiene che “Percepire un’azione – e comprenderne il significato – equivale a simularla internamente. Ciò consente all’osservatore di utilizzare le proprie risorse per penetrare il mondo dell’altro mediante un processo di modellizzazione che ha i connotati di un meccanismo non conscio, automatico e prelinguistico di simulazione motoria”.
Posto che l’empatia (e quindi la capacità di condividere la sofferenza altrui) sia un meccanismo innato nell’essere umano, come si spiega il male di cui gli uomini si rendono artefici con una tale indifferenza?
L’empatia è alla base del rapporto “Io-Tu”, in cui si relazionano due soggettività equivalenti, che si contrappone al rapporto “Io-esso”, in cui l’altro perde i connotati umani e diventa mero oggetto. I neuroni specchio si attivano quando vedo me stesso nell’altro, ma appartengono alla sfera dell’intuizione, non del ragionamento logico; nel momento in cui entra in gioco la cognizione, l’azione del rispecchiamento può essere inibita, vale a dire: di fronte a chi consideriamo diverso da noi (che il motivo sia il genere, la razza, l’appartenenza religiosa, etc.) la sintonizzazione emotiva viene ostacolata in funzione di una (irrazionale) razionalità che vede alcuni esseri umani come più meritevoli di altri. Ne consegue una totale insensibilità verso la sofferenza altrui.
Alla base di atti feroci e spietati vi è dunque il processo di deumanizzazione, che consiste nel negare l’umanità di qualcuno e la sua dignità, privandolo dei connotati umani e dotandolo invece di caratteristiche animali o meccaniche. Nel momento in cui l’altro non è più umano, non vi ci riconosciamo più, l’attività dei neuroni specchio viene inibita dalla cognizione e ci sentiamo autorizzati a compiere atti di una ferocia inaudita nella più totale indifferenza.
Questo spiega perché persone comuni e apparentemente di buoni valori condividano attivamente la sofferenza di alcune classi di persone, ma non siano turbate dalle condizioni altrettanto strazianti di altre. Ciò che ha legittimato il nazismo agli occhi di molti e che ha permesso alle SS di compiere crimini orrendi senza vacillare è proprio l’aver mentalmente reso gli ebrei diversi, non appartenenti alla razza umana e quindi non meritevoli di compassione: non più persone con una dignità e diritti esistenziali ma numeri, bestie.
Da questa riflessione si evince che i neuroni specchio possono essere attivati o inibiti da fattori culturali, in funzione dei quali può avvenire una selettiva “sospensione” dell’empatia nei confronti di determinati gruppi di persone. Tuttavia, ad oggi le modalità con cui tale meccanismo di attivazione e inibizione agisce non sono ancora chiare.
Irene Civitillo
Sitografia
https://www.stateofmind.it/2023/12/neuroni-specchio-funzioni/
https://www.stateofmind.it/empatia/
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