“Arrivare a non avere più paura, questa è la meta ultima dell’uomo” Il sentiero dei nidi di ragno, Italo Calvino
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Chi sopravvive e resiste in Palestina, senza famiglia e senza casa, mi tocca irrimediabilmente. I palestinesi possiedono una storia lunghissima fatta di soprusi e occupazioni indebite, ma anche di violenza, apartheid e ad oggi di un genocidio. Il colonialismo di insediamento israeliano alla base, consiste non solo nell’annessione dei territori palestinesi rimasti, ma anche e come si è potuto vedere, nella coercizione quotidiana, la privazione dello sviluppo, l’imposizione di povertà e mancanza di beni primari, colpendo tutto e tutti, in ogni ambito del vivere e per ogni fascia d’età. Gaza infatti, prima di essere totalmente rasa al suolo, era una “prigione a cielo aperto” (Francesca Albanese, 2025). Anche qualora si giungesse a un reale riconoscimento dello Stato di Palestina — condizione fondamentale per garantire l’esistenza di un gruppo — la popolazione continuerebbe a trattenere dentro di sé cose indicibili. Il dolore della traumatizzazione incessante, la ferita intrinseca alla condizione stessa dell’essere palestinesi, che si è affrancata all’identità, colpita ripetutamente e nel tempo, ci restituiscono un’idea della portata enorme di dolore che si annida nei palestinesi. Questo trauma, che non vede un prima e un dopo l’evento scatenante, ma è continuo ed inscritto ontologicamente e da generazioni rispetto alla domanda “chi sono” (poiché la violenza si inserisce sistematicamente a partire dal prossimo nascituro), è centrale nella riflessione psicologica. Inoltre è con la nakba (per i palestinesi, la catastrofe) che si è sancita la rottura imposta fra sé e la propria terra, nell’allontanamento forzato da essa, e senza potervi fare ritorno, con effetti emotivamente disastrosi. In questo senso, “l’ingiustizia è entrata nello spirito” (S. Jabr, 2019).
Parlare di salute mentale in Palestina è possibile solo se a monte si restituisce alla politica la responsabilità delle sue scelte che determinano il rispetto della vita e del benessere materiale ed emotivo dei singoli. Questo dato di fatto descrive la realtà palestinese: finché il futuro non è reso possibile e il presente continua ad essere minaccioso, non può esistere per nessuno una vera risoluzione dei problemi, anche di natura psichica. “In Palestina non esiste un luogo sicuro. A volte lavoriamo in rifugi sotto i bombardamenti, mentre le persone attraversano i checkpoint” dichiara Samah Jabr, psichiatra palestinese, in una recente intervista (“Why Western mental health practice fails in Palestine,” 2026), rendendo ovvia la domanda sul come sia possibile attuare interventi di cura in mancanza di sicurezza, specie per chi, dalla prospettiva occidentale, fatica a cogliere le modalità di supporto attuabili durante un genocidio. Spesso non funzionano la CBT focalizzata sul trauma, l’EMDR o la terapia narrativa, in quanto la domanda di aiuto, spiega, non viene riconsegnata alla clinica, piuttosto interesserebbe qualcosa di fondamentalmente primario come il soddisfacimento di bisogni essenziali, che sia avere l’acqua pulita o una tenda dentro la quale ripararsi la notte (“Why Western mental health practice fails in Palestine,” 2026).
Seppure le stime indichino altissimi livelli di depressione, rimane fuorviante l’interpretazione di molti; in effetti non è possibile leggere queste diagnosi come una faccenda interna da trattare nei singoli, come se il disagio fosse un elemento a sé stante, indipendente dalla violenza politica. Il punto sul quale occorre essere ridondanti, è che la salute mentale si inserisce in un quadro in cui sono centrali i diritti umani e la necessità di una liberazione sociale della popolazione. “Che cosa è malato: il contesto o la persona? In Palestina vediamo molte persone i cui sintomi sono in realtà una risposta normale a un contesto patogeno” (S. Jabr; 2022).
Poiché l’intervento psicologico assume anche una funzione di tutela della dignità, di ricostruzione del senso e di sostegno alla resilienza sia del singolo sia comunitaria, si estende anche alle questioni della vita quotidiana. Come a Beit Jala, città palestinese di fronte a Betlemme, in Cisgiordania, dove Farah Fatafta svolge la professione di psico-oncologa per l’infanzia, l’unica con una formazione specifica ad occuparsi delle piccole vittime affette di cancro. L’intervento psicologico in questi casi non termina mai, inserendosi come supporto alla vita aldilà del setting terapeutico. Il sostegno coincide spesso con aiuti pratici, come accompagnare una giovane paziente in ospedale perché ha incontrato problemi sulla strada (F. Fatafta, 2026). In Palestina è così che si è davvero di aiuto: poiché la solitudine è uno dei sentimenti più presenti a seguito dell’abuso, l’essere insieme e contributivi per il prossimo, è l’agito più coerente. Poi c’è la tecnica del luogo sicuro, per creare dentro di sé uno spazio di non minaccia in cui ci si possa sentire protetti, come nella stanza dei giochi dell’ospedale in cui Farah opera. L’ obiettivo, infatti, è togliere la guerra dalla testa.
La risposta più efficace allo stato depressivo in Palestina è il Sumud (resistenza), una risorsa fondamentale per la psiche, che si attua tramite l’esercizio di solidarietà nazionale e resistenza all’occupazione, con le vite che procedono nonostante la presenza stessa dell’usurpatore, e senza mai accettarne la legittimità. Resistere non è solo un diritto e un dovere, ma anche un rimedio, e questo i palestinesi lo sanno molto bene (S. Jabr, 2019).
Poiché l’esigenza del testo coinvolge i valori di rispetto delle soggettività, non è possibile nominare delle risoluzioni che non siano in linea con l’adesione dei principi della popolazione palestinese, e della riconoscibile matrice culturale da cui provengono. La nozione di cura occidentale ego-riferita, poiché riguardante la cura di sé separatamente dal collettivo, non è ben vista, bensì intesa come profondamente egoistica. Ciò che quindi pare avere un vero riscontro è la condivisione, sia per i motivi sopra citati, sia per i valori culturali. Gli atti di riconoscimento e ricordo, le azioni di cooperazione di massa o la creazione di reti di supporto, così come l’incoraggiamento della narrazione della propria storia (in contrapposizione alle mistificazioni mediatiche), i rituali religiosi e la solidarietà in ambienti sicuri, favoriscono un senso di unità. L’unico spazio possibile dell’elaborazione traumatica è dunque lo spazio del collettivo, pertanto gli approcci devono centrarsi sulla comunità, come la terapia di gruppo o le reti di supporto, che offrono vie di liberazione emotiva (S. Jabr, 2024).
In Palestina ci sono troppo pochi professionisti della salute mentale per rispondere ai bisogni della popolazione, e, potendo riassumere qualche criterio che indichi uno stato della psiche accettabile in un contesto genocidiario, vi sono sicuramente due facoltà mentali: l’essere capaci di un pensiero critico e il mantenimento delle capacità empatiche (Goldhill, 2019). Gli standard di salute, infatti, non si possono racchiudere esclusivamente in quelli previsti dall’OMS, considerando anche la specificità della Palestina e ai casi di PTSD non tradizionali, come le depressioni riferibili piuttosto ad una sofferenza psicologica sociale. Ci è dunque richiesto di applicare le categorie nosografiche a servizio del contesto, con la disponibilità a trovarne di nuove (Goldhill, 2019).
Questo articolo vuole sensibilizzare apertamente circa la questione palestinese e la necessità di un intervento collettivo e di riparazione. Sebbene abbia avuto bisogno di molto tempo per esacerbare una risposta manifesta prima dentro di sé, ognuno in contatto con sé stesso e poi nella collettività tutta, la cittadinanza ha iniziato, già da settembre 2025 a muoversi attraverso una presa di posizione netta, in ampia contrapposizione ai governi e come controaltare morale, poiché l’assenza di condanne formali e progetti di tutela dei palestinesi hanno suscitato inaccettabilità, disappunto e rabbia. Ciò che ci smuove di questo popolo, oltre che lo sgomento per le violenze più efferate, è anche quel vissuto di assenza reiterata “dell’altro che protegge”, elicitando un sano e doveroso senso di preoccupazione ed ingiustizia. Il dolore della Palestina è anche il nostro, che non si ripara neanche simbolicamente, poiché nessuno ha intenzione di attuare moti di salvezza concreti. Nella sistematica e brutale vittimizzazione, le sentenze di giusta condanna dei civili dei vari paesi, così come la richiesta dell’allora cessate il fuoco e di interruzione dei legami con lo stato di Israele, ma soprattutto il riconoscimento di una Palestina libera e la sua autodeterminazione, ci restituiscono la misura di un’umanità che seppur si creda che si sia persa, c’è, ed è il gradiente fondamentale per parlare anche di cura e di salute, oltre che di diritto. Si tratta in buona sostanza di poter accedere alla nostra parte umana (concetto che attraversa il testo), cui ci appelliamo inspiegabilmente a tutela propria e di altri. Lo scorcio della possibilità, intesa come slancio ad un futuro roseo a partire dal precedente del riconoscimento e della salvezza, lo si osserva nel coraggio del sumud palestinese così come negli interventi di cura sul campo operati dai professionisti in Palestina, ma anche in quella fetta di mondo che, nella speranza di dare forma ad una solidarietà che al contrario tarderebbe a raggiungere le coste di Gaza, invia viveri su barche a vela nel tentativo di consegnare aiuti umanitari. Tutto questo mentre in Palestina la fame è usata come mezzo di attacco diretto della popolazione, e, per alcuni, ancora motivo di drammatico dubbio circa la giustezza degli agiti solidali, anche quando ad essere privati dei beni di prima necessità, sono i bambini.
Dal fiume fino al mare, Palestina libera.
Valentina Lardini
Bibliografia
Albanese, F. (2025). Quando il mondo dorme. Storie, parole e ferite della Palestina. Rizzoli.
Jabr, S. (2019). Dietro i fronti. Cronache di una psichiatra psicoterapeuta palestinese sotto occupazione. Sensibili alle foglie.
Sitografia
Farah Fatafta, prima psico-oncologa pediatrica della Palestina: «Curo i traumi dei bambini in guerra». (2026). iO Donna. https://www.iodonna.it
TRT World. (2026). Why Western mental health practice fails in Palestine. The HUMAN Line. https://www.trtworld.com
Palestine’s head of mental health services says PTSD is a western concept. (2022). https://www.middleeasteye.net
Mental health in the time of genocide. (2024). MHI. https://www.mhinnovation.net
British Psychological Society. (2026). Psychology has become an essential instrument of survival, testimony, and resistance. https://www.bps.org.uk
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