Il processo di costruzione identitaria nell’era dei social media
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L’ identità rappresenta un compendio strutturato e integrato di conoscenze, sentimenti, ricordi e rappresentazioni di sé e del mondo esteriore, caratterizzato da stabilità, coerenza e continuità spazio-temporale. Essa costituisce l’aspetto centrale della coscienza del sé e presuppone una netta distinzione tra il proprio mondo interno e quello esterno; dunque, consente la consapevolezza della propria irrepetibile singolarità, e al contempo, della sua alterità rispetto agli altri e all’ambiente circostante. Tuttavia, tale condizione si fonda a partire da un lungo percorso che denominiamo processo di costruzione identitaria, il quale si rinnova ad ogni fase di vita ma riveste un’importanza cruciale in adolescenza poiché in questa tappa evolutiva l’identità è sospesa, non è ancora definita e le caratteristiche che l’individuo acquisisce qui tendono a consolidarsi. Riferendosi a Erikson (1968), egli concepisce l’adolescenza come connotata da un conflitto tra identità e diffusione dell’identità, ossia una confusione di identificazioni in ruoli altrui che termina con l’acquisizione di un Sé organizzato e in grado di rapportarsi creativamente con l’ambiente esterno. Il conflitto bipolare presentato da Erikson e in generale il tortuoso processo di costruzione dell’identità diventa ancora più arduo da affrontare nell’era dei social network, dove i giovani tendono a rifugiarsi per evadere dalla realtà, considerata troppo pericolosa e per sopperire alle emozioni negative. Così vengono intaccate le relazioni interpersonali (necessarie per lo sviluppo dell’identità), dal momento che i social media si interpongono tra me e l’altro e il corpo non viene più implicato nella comunicazione; perciò, diventa difficile ricevere un riconoscimento della propria diversità. Diminuisce la narrazione di sé e il dialogo con l’altro, e ciò contribuisce a ridurre la capacità di mentalizzazione, una modalità di funzionamento riflessiva fondamentale per comprendere la mente degli altri e di sé stessi, e di conseguenza per capire chi sono. Inoltre, alla base della mentalizzazione vi è l’immaginazione e l’attaccamento, entrambe compromesse dall’avvento dei social media e in particolare modo la seconda dato che le piattaforme digitali si frappongono tra il figlio e il genitore. Internet, infatti, satura le esigenze educative degli adulti e i giovani, di conseguenza, imparano e fanno esperienza dai dispositivi elettronici, sostituendosi alle figure genitoriali. Ne può derivare una mancata conoscenza delle proprie origini e una riduzione di tutte quelle competenze che nascono dalla relazione con i propri caregiver, come la capacità di rispecchiare le emozioni dell’altro, di regolare i propri stati emotivi e di raggiungere un sufficiente livello di empatia. Se questo accade, ne risente il dialogo con l’altro e con sé stessi, aggravato dal fatto che in Internet ogni individuo può decidere cosa mostrare di sé, può controllare le proprie esperienze, così da tacere l’incertezza dell’incontro con l’alterità e la scoperta di nuovi aspetti della propria personalità. In questo modo si persiste in un ruolo già preconfezionato dalla rete che riduce la pensabilità su chi sono.
A mio parere si nota una tendenza nei giovani a rifugiarsi in una “bolla digitale”, delimitata da confini rassicuranti, per evitare l’incontro con l’altro diverso da sé, considerato troppo rischioso per la propria sopravvivenza. Dunque, nel mondo odierno non si verifica più quel processo di costruzione identitario caratterizzato da una continua ridefinizione e messa in discussione delle varie acquisizioni dei vari periodi della vita e si resta ancorati in un mondo infantile, il quale rende difficoltoso il processo di separazione dalle figure genitoriali. Pertanto, i social media si interpongono tra l’individuo e l’altro, i propri genitori e infine il proprio inconscio, difatti riducono la capacità di riflettere su sé stessi, costringendo i giovani a rimanere nel loro malessere, senza riuscire a comprenderlo. L’alienazione dall’inconscio avviene dal momento che nelle piattaforme digitali viviamo in un mare di ideali, i quali esibiscono la cultura dell’immagine e dell’individualismo, costituita alla base da valori incerti e ambigui, che tentiamo di raggiungere ma che non ci rappresentano. Di fatto, secondo Lacan (1953), ciò che distrugge l’inconscio è non dire chi sei, e nei social viene mostrato tendenzialmente ciò che non si è. Dunque, lo sviluppo identitario viene compromesso dal confronto con un’immagine irraggiungibile proposta dal mondo virtuale. Per Lancini (2020) oggi si soffre di “iperidealità”, a causa dell’interiorizzazione di un ideale dell’Io irraggiungibile veicolato dalle piattaforme digitali. La parola d’ordine oggi è apparire, senza dare voce ai vari aspetti del Sé, ma solamente alle aspettative e ai giudizi degli altri; tale dimensione dell’apparenza, inoltre, viene esasperata ulteriormente in adolescenza, poiché i giovani in questa fase dipendono dallo sguardo dall’altro. Si crea così una discrepanza tra il proprio Sé e quello ideale che genera un vuoto identitario e di conseguenza una notevole quantità di angoscia, a cui si cerca di sopperire costruendo un’identità fittizia, ossia una maschera per sentirsi accettato dagli altri e che si adatta ai modelli presenti online. Si può immaginare tale identità come un avatar virtuale composto da immagini parziali di noi che decidiamo accuratamente alla ricerca incessante di interazioni virtuali; tuttavia, l’effetto di tale processo è la frammentazione dell’identità e il cedimento progressivo del nostro vero Sé che farà sempre più fatica a emergere. In definitiva, la vera sfida del processo di costruzione identitaria nell’epoca dei social media non consiste nel creare un’immagine perfetta di noi stessi ma nel recuperare un dialogo autentico e il coraggio di abitare le nostre fragilità, caratteristico di un autentico esistere.
Andrea Giacomo Marcinnò
andreagiacomo.marcinno01@icatt.it
Bibliografia
Carli, R., & Paniccia, R. M. (2003). Analisi della domanda. Teoria e tecnica dell’intervento in psicologia clinica. Il Mulino.
Erikson, E. H. (1956). The problem of ego identity. Journal of the American Psychoanalytic Association, 4(1), 56–121. https://doi.org/10.1177/000306515600400104
Erikson, E. H. (1968). Gioventù e crisi di identità. Armando Editore.
Lacan, J. (1953). Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi. In Scritti (Vol. 1). Einaudi.
Lancini, M., Cirillo, L., Scodeggio, T., & Zanella, T. (2020). L’adolescente: Psicopatologia e psicoterapia evolutiva. Raffaello Cortina Editore.
Midgley, N., & Vrouva, I. (2014). La mentalizzazione nel ciclo di vita: Interventi clinici con bambini, giovani e famiglie. Raffaello Cortina Editore.
Sitografia

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