Il primo esperimento italiano di trattamento intensificato per autori di reati sessuali

Tempo di lettura: 5 minuti

Il progetto pianificato e gestito dai professionisti che fanno parte del CIPM (Centro italiano per la Promozione della mediazione) inizia nel settembre del 2005. L’obiettivo cardine di questo programma consiste nel ridurre il rischio di recidiva nei soggetti condannati per reati sessuali, evitando così una vittimizzazione secondaria delle vittime e quindi, in chiave longitudinale, promuovere una società più sicura. L’aspetto più significativo e complesso di questo primo esperimento sul territorio italiano è di matrice culturale: rendere pensabile qualcosa che è molto difficile da pensare e da accettare, e cioè che anche gli autori dei reati più indicibili siano trattabili, e pertanto possano cambiare. È la prima volta che un programma di questo tipo viene proposto nel sistema penitenziario italiano. Per la realizzazione di questo intervento è stata costituita un’Unità di Trattamento Intensificato (UTI) all’interno della Casa di reclusione del Carcere di Bollate (Milano). Tale Unità ha infatti permesso agli autori di reato di non vivere la detenzione in reparti protetti, in cui spesso l’isolamento, le violenze e la solitudine concorrono ad aggravare situazioni già di per sé problematiche e complesse. L’equipe trattamentale è costituita da saperi e figure professionali differenti: criminologi, psicologi, educatori, psicopedagogisti e un’arteterapeuta. Attraverso il lavoro di tutti questi operatori si cerca di creare con il reo un’alleanza diagnostica: far sì che il soggetto stesso riconosca che qualcosa nella sua vita non va, aiutarlo a rendersi conto che nella sua vita c’è stato qualcosa che non ha funzionato. È fondamentale però sottolineare che queste persone non sono malate, a meno che ovviamente non gli sia stata riconosciuta un’infermità mentale parziale o totale, e pertanto è importante considerarli come degli individui che hanno preso una scelta, una scelta evidentemente sbagliata. Ciò significa che non sono persone detenute per chi sono e per come sono, ma per come hanno deciso di condurre la loro vita, per come hanno scelto di agire nella realtà.

I detenuti provenienti da tutte le carceri italiane possono accedere al programma tramite delle richieste dirette e, all’inizio di ogni trattamento, viene letto loro e fatto firmare un contratto. Il contratto ha un valore estremamente simbolico, vale a dire che tradirlo non comporta alcuna pena ma serve agli operatori per iniziare a fare ordine nelle vite e menti disordinate di questi soggetti. Significa cominciare a chiarire loro che il programma mira a un obiettivo e a un risultato ben specifico: è un po’ come mettere le carte in tavola, per cui se accetti di farne parte, mi aspetto che ti impegnerai al massimo delle tue possibilità per poter giungere al risultato atteso. Tramite questo contratto le persone aderiscono totalmente al programma, firmano e dunque accettano di partecipare a tutte le attività che verranno proposte e viene chiarito loro che i contenuti rimarranno confidenziali. Le attività proposte sono perlopiù attività di gruppo, come gruppi di comunicazione e abilità sociale, prison smart yoga e meditazione, arteterapia, attivazione di competenze lavorative, gestione dello stress, eventi traumatici ed empatia, attività motoria. Inoltre, è previsto anche un corso di educazione sessuale e uno di prevenzione della recidiva.

Il documentario “Un altro me” permette di avvicinarsi a questo tema senza troppi filtri o facilitazioni: a parlare sono proprio gli autori di violenze sessuali che raccontano i reati che hanno commesso, ma in primo luogo raccontano se stessi. Sono persone che avremmo potuto incontrare per strada, ma soprattutto persone che potremmo incontrare una volta che avranno scontato la loro pena. Questo progetto mira a far sì che, accanto a pregiudizi e stereotipi difficili da estirpare, in chi li incontrerà al di fuori del carcere compaia anche lo stupore e non ci sia più solo paura; solo così la detenzione darà davvero dei frutti.

La paura della stigmatizzazione è comune a molti dei detenuti che raccontano la loro storia nel corso del documentario. Temono il giudizio della società e quindi di non potersi reinserire. Ci troviamo davanti a persone molto diverse che hanno raggiunto diversi livelli di consapevolezza rispetto al reato che hanno commesso; quello che colpisce sono le storie di vita di queste persone che lentamente riescono a modificare lo sguardo dello spettatore. Lo “stupratore” diventa Gianni e per certi versi comincia a fare meno paura, si ascoltano le sue motivazioni che, anche se continuano a sembrarci assurde, trasmettono un forte dolore e una grande confusione che di certo non ci portano a giustificare l’atto, ma a capire, a leggere il reato adottando un altro punto di vista. Questo non significa dimenticare le vittime, le vittime non possono essere dimenticate e l’abuso non deve essere minimizzato, ma certamente non è questo l’intento del progetto attivato nel carcere di Bollate. Per cambiare davvero le cose è necessario guardare all’abuso sessuale tenendo conto sia del punto di vista delle vittime che di quello degli autori di reato, che fino ad ora venivano solo incarcerati e poi liberati, meccanismo che rende molto probabile la recidiva.

L’incontro tra una vittima di violenza sessuale e un gruppo di autori di reato può fare paura, può sembrare rischioso, ma se ben pensato può essere molto efficace per entrambe le parti, come ci dimostra il documentario. Certamente la vittima deve aver raggiunto una consapevolezza tale che le permetta di non rimanere sconvolta da questo incontro e i detenuti devono aver compiuto un percorso che li abbia portati a raggiungere, dal canto loro, altrettante consapevolezze.

È quindi possibile riprendere le redini della propria vita dopo aver commesso un reato sessuale?

Il documentario e quindi il progetto attivato al carcere di Bollate ci dicono di sì. Ma dobbiamo essere consapevoli che non si tratta di una dinamica che riguarda esclusivamente vittime e autori di reato, ma anche ciascuno di noi. Siamo tutti chiamati ad evitare il giudizio e la stigmatizzazione, che sia difficile è fuori da ogni dubbio, ma crediamo che, perché il percorso proposto nel carcere di Bollate sia efficace, serva la collaborazione di tutti: futuri datori di lavoro, genitori e insegnanti.

Di Chiara Di Penna e Chiara Ferrari
chiara.dipenna01@icatt.it  chiara.ferrari997@gmail.com

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