Caso Grillo – Quando non dire “no” vuol dire “sì”

Tempo di lettura: 8 minuti

Vi siete resi conto che non è vero niente, che non c’è stato uno stupro. Perché una persona che viene stuprata la mattina, al pomeriggio va in kitesurf e dopo otto giorni fa la denuncia vi è sembrato strano. Bene, vi è sembrato strano: è strano

            Sono passati quasi due anni da quando Silvia ha accusato Ciro, Francesco, Edoardo e Vittorio di averla stuprata in una notte d’estate a Porto Cervo. Era il 15 luglio del 2019.

Il racconto della ragazza suona familiare. È una storia che, sebbene con peculiarità e dettagli diversi, abbiamo sentito più volte: inizia con alcol e divertimento in discoteca e finisce con un’accusa di violenza sessuale. Eppure, in questo specifico caso, la presenza di Ciro Grillo, figlio del celebre comico e politico, ha dato alla vicenda grande risalto, portandola sulle prime pagine di tutti i giornali.

L’apice dell’eco mediatico arriva qualche giorno fa, quando Beppe Grillo pubblica un video in cui, in maniera concitata, esprime lo sdegno per l’accusa indirizzata al gruppo di ragazzi e commenta l’accaduto.

            Oggi non è stata emessa alcuna sentenza che dichiari ufficialmente la colpevolezza degli indagati, ma ciò non è importante: aldilà della veridicità delle accuse o meno, questione che compete le aule dei tribunali più che le tavole dell’opinione pubblica, è essenziale non ignorare le parole del politico, che sono l’espediente perfetto per parlare di reframing, victim blaming e cultura dello stupro.

            Il video non è lo sfogo istintivo e naturale di un padre: è pensato, studiato, post-prodotto. Bisogna quindi ricordare che Grillo è un politico: conosce l’arte della comunicazione e della demagogia e, inoltre, si suppone conosca bene la legislatura e i processi penali. Eppure, decide di porre una domanda che, per quanto apparentemente logica, è deviante: “Perché degli stupratori seriali sono ancora liberi?”.

La risposta, conoscendo le basi della giurisdizione italiana, è semplice: i giovani non sono stati trovati in flagranza di reato e, quindi, attendono l’eventuale rinvio a processo dopo un periodo di acquisizione e analisi delle prove a favore dell’accusa, ma la retorica celata nella domanda confonde ed illumina la vicenda da un differente punto di vista, in cui l’abusante diventa vittima.

            È questo il principio alla base del processo di reframing: modificare il significato di una situazione, attribuendole un’immagine nuova e diversa, causando così un cambiamento nelle reazioni e nei comportamenti relativi alla situazione stessa.

            L’obiettivo di questo video è quello di provocare in chi lo ascolta un meaning reframing, ovvero un cambiamento nel significato di ciò che è accaduto: Se non fosse stato stupro? Se ci fosse stata consensualità? Se la parte lesa fosse quella sotto accusa?

            Il rischio è quello di dimenticare che, in questo caso, stiamo parlando di un reato che ha sconvolto la vita di una ragazza. Per quanto l’idea che il figlio possa finire in carcere con un’accusa di tale portata abbia sicuramente sconvolto i genitori di Ciro, la vittima di questa storia è Silvia, assieme alla sua famiglia. 

            Quando si parla di furto, a nessuno verrebbe mai in mente di dire “Mi dispiace per la famiglia del ladro, loro lo difendono perché sono turbati”: tutti penserebbero alla vittima che è stata derubata. Chissà perché, invece, quando si parla di stupro e violenza contro una donna, certi concetti diventano improvvisamente accettabili e condivisibili.

Abbiamo perso la delicatezza e l’umanità necessarie ad accogliere le sopravvissute facendole sentire parte di un sistema che le tutela e non le giudica. Abbiamo la tendenza a cercare a tutti i costi un senso alla violenza, facendo diventare la vittima carnefice, dimenticando così che chi va tutelato è la vittima dell’abuso: siamo colpevoli di victim blaming ogni volta che una donna viene colpevolizzata per ciò che ha subito. “Se l’è cercata” non è poi molto distante dal giustificare la violenza sessuale in sé e per sé.

            Ad un certo punto, Beppe Grillo comincia a parlare del numero di giorni trascorsi tra la violenza e la denuncia: le 192 ore sarebbero, secondo l’uomo, chiaro segno dell’innocenza dei ragazzi.

            Ma quali sono gli effetti che la violenza sessuale può avere su un individuo? Molte sopravvissute sviluppano una costellazione di sintomi post traumatici da stress, fino alla diagnosi del Disturbo post-traumatico da stress, o PTSD, per cui manifestano difficoltà nel controllare le emozioni, irritabilità, ottundimento, ansia, depressione, senso di colpa, sintomi somatici e una continua tendenza a rivivere l’evento traumatico attraverso pensieri, flashback e incubi.

In questo vortice emotivo confuso, prima di riuscire a denunciare, la donna deve trovare il tempo, il modo e la forza di comprendere e rielaborare ciò che le è successo, senza colpevolizzarsi e legittimandosi a non provare vergogna per qualcosa di cui non è colpevole.

            È così morale, alla luce di questo, pensare che esista un tempo “giusto” per portare alla luce un qualcosa di così intimo e traumatico?

Se è vero che chi compie lo stupro spesso finisce in carcere, è altrettanto vero che la sopravvissuta alla violenza avrà sempre una parte di sé legata a “quella notte”.

            Silvia, e come lei ogni donna che passi per questo iter sconvolgente, ha il diritto di essere tutelata e la società ha il dovere di accoglierne la sofferenza, senza spettacolarizzarne il dolore.

Siamo distrutti. Il tentativo di fare spettacolo sulla pelle altrui è una farsa ripugnante”: queste sono le parole che i genitori della ragazza hanno rilasciato attraverso il loro legale alla stampa e rappresentano l’emblema di una società che sta facendo tutto, fuorché tutelarli e rispettarne il dolore.

            Ma il fenomeno è ben più esteso. Una donna su tre ha subito, nel corso della vita, una forma di violenza da parte di un uomo (OMS): questo dato è estremamente eloquente e urla a gran voce come in Italia viga, senza perdere colpi, la cultura dello stupro, in cui gli abusi non sono solo minimizzati e incoraggiati, ma sono considerati “dovuti” ad un atteggiamento femminile.

Il consenso ai rapporti è considerato implicito se non c’è disaccordo: non dire no, vuol dire sì.

            È il contesto in cui lo slut shaming, ovvero il far sentire una donna colpevole dei propri comportamenti o desideri sessuali è all’ordine del giorno, perché si ha la pretesa di avere il diritto di controllarne la sessualità. Si viene a creare un clima in cui tutti siamo vittime: le donne hanno paura degli uomini, e gli uomini hanno paura di essere categorizzati in maniera generalizzata e negativa. La cultura dello stupro non è nociva per le donne, lo è per le persone.

            È sempre più evidente la necessità rieducare la popolazione affinché non ci si chieda più che cosa indossasse la vittima, quanto avesse bevuto o se i suoi atteggiamenti fossero provocatori. Un intimo abbinato non significa consenso, uno shot bevuto non è un “”. Quando “Stai attenta!” non sarà più la frase da ripetere costantemente alle ragazze, allora, solo allora, avremo vinto.

Di Martina Sangiorgio

martina.sangiorgio03@icatt.it

Sitografia

Che cos’è la “cultura dello stupro”

https://it.wikipedia.org/wiki/Reframing

https://www.ilgiornale.it/news/cronache/ecco-cosa-c-dietro-video-beppe-grillo-1941770.html

https://www.corriere.it/cronache/21_aprile_24/ciro-grillo-racconto-silvia-che-accusa-violenza-sessuale-mi-hanno-stuprata-tutti-5b9d5682-a4c4-11eb-b217-273add3a391e.shtml

https://www.vanityfair.it/news/approfondimenti/2021/04/20/la-psicologa-non-ce-protezione-del-figlio-nel-video-di-grillo

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