Dispercezione corporea: definizione e caratteristiche del fenomeno

Tempo di lettura: 7 minuti

Il 15 marzo è stata la giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla dedicata ai disturbi del comportamento alimentare (DCA), e sui social sono apparse immagini, scritte e gruppi su questo tema volti a diffondere e sensibilizzare la popolazione generale circa la portata del fenomeno. 

Ritengo che questa data sia estremamente importante perché va a riconoscere questa problematica come, prima di tutto, esistente e fonte di grande disagio, ed in secondo luogo, come largamente diffusa in tutto il mondo. Durante quella giornata sulla mia pagina Instagram e Linkedin sono anche stati pubblicati post che andavano a definire che cosa implicassero l’anoressia, la bulimia e il Binge Eating Disorder: quali le caratteristiche specifiche di ciascun disturbo, quali quelle comuni, a chi appartenessero maggiormente tali disagi (donne vs uomini, adolescenti vs giovani, individui con altre problematiche in comorbilità).  Quello su cui però non è stata posta attenzione, e che ritengo non venga in generale ritenuta una tematica di primario interesse, è una delle conseguenze dei DCA: la dispercezione corporea

Prima di introdurre l’argomento, però, ritengo fondamentale definire che cosa sia l’immagine corporea e lo schema corporeo e per farlo mi avvarrò di una delle ricerche del dottor Nalli (1997) il quale riferisce che esse non riguardano solo il modo in cui il soggetto percepisce il proprio corpo, ma anche come gli altri percepiscono quest’ultimo e quanto sia importante per il soggetto questa tipologia di valutazione o “giudizio”. 

James (1890) scrisse: 

Ogniqualvolta due persone si incontrano ci sono in realtà sei persone presenti. Per ogni uomo ce n’è uno per come egli stesso si crede, uno per come lo vede l’altro ed uno, infine per come egli è realmente”.

Da questa importante citazione si può riflettere circa l’importanza di percepire il proprio corpo e di sapere che all’interno della relazione vi è anche il modo in cui l’interlocutore percepisce e vede tale corpo. La centralità della relazione sta proprio nel “mettersi in gioco” a livello non solo mentale come unione di idee, emozioni e pensieri, ma anche a livello corporeo e tenere quindi presente che il corpo è il mezzo attraverso il quale noi esistiamo e stiamo nella relazione. Questo concetto di esserci tramite il corpo può diventare molto difficile da accettare in quanto proporsi all’altro quali esseri fisici, sessuati e “materiali” può entrare in contrasto con quella che è la percezione che abbiamo del nostro aspetto o, ancora, con l’idea che immaginiamo gli altri abbiano di questo. Stare in relazione può diventare estremamente faticoso nella misura in cui immaginiamo che chi entra in relazione con noi veda un corpo diverso da quello che noi conosciamo e percepiamo, e la perdita di questo tipo di controllo sul nostro essere può far insorgere problematiche di diversa natura. 

Una persona, al vedersi apparire in una fotografia fattagli “a tradimento” da un amico, potrebbe provare una profonda sorpresa constatando di essere diverso da come lui si vede e si conosce tramite il solo specchio. La celebre opera “Uno, Nessuno, Centomila” di Pirandello è famosa proprio per questa tematica: il protagonista Vitangelo Moscarda scopre dopo anni di essere visto dagli altri in modo completamente diverso rispetto a come lui si percepisce. La stessa moglie gli riporta le dimensioni del suo naso come più grandi di come lui lo conosce e durante l’intero racconto il protagonista non fa altro che “sorprendersi a vivere”. Si scorge nelle vetrine dei bar e dei ristoranti, cerca di cogliersi di sorpresa mentre conversa o mentre si rade per capire che cosa vedono esattamente gli altri che a lui sfugge. Lo stupore e l’incomprensione di osservarsi per la prima volta in modo diverso è il filo conduttore di questo testo, e, talvolta, anche delle nostre vite, in cui dobbiamo fare i conti con un’immagine corporea che non aderisce all’idea che abbiamo di noi stessi. 

Dallo stupore di tale scoperta possono confluire sentimenti molto negativi tra cui una possibile comparsa di disturbi alimentari: “Non immaginavo di essere così grassa, in questa foto non mi riconosco…adesso mi metterò a dieta”. Quali sentimenti possono accompagnare una decisione di questo tipo? L’amore per sé stessi circa il fatto che con qualche chilo in meno staremmo effettivamente meglio, o l’impulso di autodistruzione per punirsi perché il corpo non è all’altezza delle aspettative?

Il DSM-5 definisce la dismorfofobia o disturbo dell’immagine corporea come la sensazione del soggetto di essere brutto, inadatto, sbagliato nella forma fisica in modo non conforme a quelle che sono le opinioni generali del suo aspetto. Questa tipologia di disturbo può generare malesseri molto profondi e significativi dal punto di vista clinico: l’insorgenza di disturbi alimentari viene infatti spesso associata ad una percezione distorta di sé. Ciononostante, la modalità con cui un soggetto può reagire ad una dispercezione corporea (solitamente riguardante un peso effettivo maggiore rispetto a quello immaginato) varia a seconda delle caratteristiche di personalità di ciascuno: chi metterà in atto una dieta restrittiva perché il suo corpo non risulta aderente ai propri canoni mentali (o sociali) chi, invece, riterrà che tanto quei canoni non potrà mai raggiungerli e che non avrà senso investire in alcuno sforzo fisico o dieta alimentare. 

Il dismorfismo corporeo è una tematica di cui si parla ancora relativamente poco e spesso ne vengono ignorate le conseguenze deleterie che possono portare alla salute fisica e mentale del soggetto implicato. Nel parlare di disturbi alimentari è altresì di primaria importanza trattare anche il disturbo dell’immagine corporea per informare dell’esistenza e diffusione del fenomeno, le sue caratteristiche e le sue implicazioni. 

Francesca Colombo 

fra96.colombo@gmail.com

Bibliografia

Edition, F. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders. Am Psychiatric Assoc21.

James, W. (1890). The perception of reality. Principles of psychology2, 283-324.

Lalli, N. (1997). Dallo schema corporeo all’immagine corporea: la complessità del vissuto corporeo. Lo spazio della mente. Saggi di psicosomatica.

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