Lo psicologo in ospedale: istruzioni per l’uso

Tempo di lettura: 6 minuti

Chi sta per terminare l’università o il tirocinio sa che approcciarsi al mondo del lavoro può essere fonte di ansia. Quali sono le prospettive per un giovane psicologo neolaureato? E da dove cominciare la propria ricerca?

Durante l’incontro del 22 aprile 2021, organizzato dal team PR di ApeINFO, abbiamo cercato di offrire un focus sulla figura dello psicologo ospedaliero. Con noi il dottor Jacopo Casiraghi, responsabile del servizio di psicologia del centro clinico NeMO (Milano) e il dottor Emanuele Maria Giusti, psicologo clinico presso Istituto Auxologico Italiano.

Quali sono i consigli che, due psicologi che da anni lavorano nell’ambiente sanitario, si sentono di dare ai giovani colleghi che presto lasceranno l’ambiente protetto dell’Università? Che percorso formativo è meglio intraprendere se si desidera entrare nella realtà ospedaliera? E c’è spazio, oggi, per i giovani psicologi? Le risposte a queste domande, sono state, in realtà, rassicuranti. Lo spazio per gli psicologi negli ospedali è in realtà tantissimo, soprattutto in centri clinici e ospedali privati, di più agevole accesso per i neolaureati poiché non richiedono partecipazione a bandi per concorso.

È pur vero che la cultura organizzativa ospedaliera non sempre riconosce lo psicologo per quello che veramente è, o fa confusione sui ruoli: lo psicologo può essere ad esempio visto come un mero somministratore di test o un educatore. Come comportarsi? Innanzitutto ricordiamo che lo psicologo si può muovere solo se c’è una domanda: se questa premessa è rispettata, il nostro intervento non sarà inutile o superfluo. D’altro canto, dobbiamo saper riconquistare i nostri spazi, avere – con le parole di Jacopo Casiraghi – “un senso del Sé professionale che permetta di esprimere il nostro essere psicologi”, esperti di emozioni e non “somministratori di test”. Costruire un’identità professionale significa chiedersi cosa voglia dire essere psicologi e quali competenze siano solo nostre, differenziandosi dagli altri membri dell’équipe. Questo è vero soprattutto nel periodo che stiamo vivendo, dove essere riconosciuti come professionisti sanitari pari merito con medici e infermieri è prioritario e tutt’altro che scontato.

Ma quali sono le differenze fra una struttura ospedaliera e un altro contesto clinico, come lo studio privato? “La distanza è enorme ma al tempo stesso non c’è distanza”, afferma Giusti: si possono davvero separare nettamente queste due realtà? Del resto si tratta sempre di “due umani che parlano di qualcosa di umano”. Chiaramente ci sono delle differenze organizzative. La più significativa è il tempo: il colloquio in ospedale è limitato a pochi incontri. Il tempo è poco, va ottimizzato, conta muoversi per obiettivi e ci sono delle richieste esterne che non esistono nell’ambito dello studio privato. Per questo ad uno psicologo ospedaliero sono richieste buone competenze psicodiagnostiche e di anamnesi.

Sono diverse poi le tematiche: in ospedale abbiamo a che fare con patologie croniche; per molti è il primo contatto con la morte o con la possibilità di morire (ad esempio chi è sopravvissuto ad un infarto). Cronicità e terminalità mettono alla prova tutti i professionisti sanitari, ma ci ricordano anche un’importante differenza fra noi e i medici: a fronte del fine vita, la cura del medico diventa palliativa, ma la cura dello psicologo non si ferma neanche di fronte a una condizione terminale.

Di lavoro ce n’è, ma “bisogna essere pronti”, ricorda Giusti, avere il coraggio e la fiducia in se stessi per mettersi in gioco, cogliere le opportunità che ci vengono offerte e costruirsi, negli anni, una base di competenze diversificate, soprattutto durante il tirocinio.

Le competenze fondamentali da inserire nel CV sono: saper scrivere in inglese corretto, essenziale per pubblicare su riviste scientifiche con un buon impact factor; conoscere i test maggiormente utilizzati in contesto ospedaliero – come ad esempio il mini mental – aggiungendo, se possibile, nozioni di base di psicofarmacologia e neurologia; sapersi muovere con un minimo di dimestichezza in un colloquio clinico e redigere una buona anamnesi. Possono sembrare forse delle richieste molto elevate ma, rassicura Casiraghi, sono tutte competenze per cui l’Università e un buon tirocinio ci preparano, si tratta solo di metterle alla prova sul campo. È normale non avere in mano tutto fin da subito, dobbiamo valorizzare le competenze che già abbiamo e cercare di colmare man mano le lacune. Il consiglio è di non ritrarsi di fronte ad un compito a cui non siamo abituati, ma piuttosto mettersi alla prova. Ciò non significa che lavorare in ambito ospedaliero sia semplice: si tratta di un contesto competitivo e talvolta stressante, in cui bisogna raggiungere obiettivi specifici in breve tempo. La scelta deve essere ben ponderata, altrimenti il consiglio è quello di prendere prima in considerazione enti e associazioni del proprio territorio.

Cosa ci portiamo dunque a casa da questo incontro? Da un lato possiamo tirare un sospiro di sollievo: il mondo ospedaliero non è ancora saturo per noi psicologi. È d’altro canto un invito a rimanere vigili e allerta, aperti alle opportunità. Il consiglio è, se si ha intenzione di lavorare in strutture sanitarie, di scegliere un tirocinio ad hoc e sfruttarlo al meglio – eventualmente anche un master -, valorizzare le proprie competenze e cercare per quanto possibile di approfondire i punti su cui ci sentiamo più “carenti”. Ma soprattutto provare a darsi fiducia.

Quale migliore conclusione di queste parole di Casiraghi? Dobbiamo “essere fluidi, come l’acqua, sapersi infilare dove serve” avendo ben presenti le nostre peculiarità e competenze specifiche. È nostro compito cercare “l’oceano blu”, come si suol dire nel marketing, scoprire i nuovi percorsi, le nuove idee, quello che solo noi possiamo fare.

Di Stefania Toniolo e Giulia Fratini

stefania.toniolo01@icatt.it

giulia.fratini01@icatt.it

Webinar “Lo psicologo in ospedale: istruzioni per l’uso” del 22 aprile 2021

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