Tra ciò che si crede e ciò che realmente esiste: gli stereotipi sulla violenza maschile contro le donne

Tempo di lettura: 6 minuti

L’indagine sul fenomeno della violenza maschile contro le donne in Italia ci mostra dei dati raccapriccianti: il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale: il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subìto violenza fisica, il 21% (4 milioni 520 mila) violenza sessuale, il 5,4% (1 milione 157 mila) le forme più gravi della violenza sessuale come lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila) (Istat, 2015).

La violenza contro le donne è un fenomeno ampio e diffuso che si esprime in diverse forme: violenza psicologica, fisica, sessuale, economica e lo stalking. In particolare, con violenza di genere intendiamo tutte le forme di maltrattamento fondate sull’odio di genere e sulla discriminazione sessista (come per esempio quelle compiute nei confronti di persone LGBT) che sottendono delle motivazioni culturali (Bonura, 2016).

Affrontare il fenomeno della violenza di genere significa combattere alcuni stereotipi diffusi che banalizzano la questione e che ne aumentano la diffusione. Per questo è innanzitutto necessario comprendere che gli stereotipi sono delle credenze sugli attributi personali di un gruppo di persone e che possono essere positivi o negativi, accurati o imprecisi, talvolta sovrageneralizzati e resistenti alle nuove informazioni (Lee Jussim, Clark McCauley & Yueh-Ting Lee, 1995; Myers, 2012, p. 316). Proprio perché alcune credenze sono difficili da modificare o eliminare, è necessario essere consapevoli del fatto che tutti noi abbiamo utilizziamo degli stereotipi, ma spesso questi non rappresentano fedelmente la realtà.

Quali sono i principali stereotipi che riguardano il fenomeno della violenza maschile contro le donne? Uno è sicuramente la credenza che il fenomeno della violenza maschile contro le donne riguardi solo classi sociali svantaggiate, uomini e donne in difficoltà economica oppure che sia principalmente diffuso in alcune culture retrograde.  I dati internazionali ci mostrano invece che la violenza di genere è un fenomeno trasversale a tutte le culture, le classi sociali e le religioni (Bonura, 2016).

Il fatto che la violenza sessista sia diffusa in Paesi come Danimarca, Finlandia, Svezia e Paesi Bassi (Indagine FRA, 2014), in cui le donne sono più autonome e possono essere attive sia a livello politico e sia economico, suggerisce che non sono soprattutto le donne fragili e in difficoltà ad essere vittime di violenza. I dati italiani (Istat, 2015) mostrano infatti che le vittime di violenza maschile sono prevalentemente diplomate, laureate, separate/divorziate: per questo motivo, si può ipotizzare che la motivazione sottostante al fenomeno risalga ad un’intolleranza della libertà femminile (Bonura, 2016). L’indagine svolta dall’ISTAT (2015) ci rivela, inoltre, che la violenza sessuale contro le donne è molto diffusa in Italia, colpendo in maniera prevalente le donne italiane rispetto a quelle straniere (21,5% contro 16,2 %) e ci mostra che non più del 10% degli stupri compiuti da estranei è attribuibile a stranieri (Istat, 2007).

Un secondo stereotipo riguarda la credenza secondo cui il fenomeno della violenza maschile contro le donne può essere risolto con una maggiore attenzione delle donne stesse nella scelta dei luoghi frequentati e/o degli abiti indossati. Generalmente si crede che il rischio di subire violenza aumenti nel caso in cui la donna cammini in un luogo isolato e buio, ma i dati ci riferiscono un’altra visione del fenomeno: le forme più gravi di violenza sono perpetrate dai partner/ex partner (62,7%), dai parenti (3,6%) e dagli amici (9,4%) (Istat, 2015). Per questo motivo, esortare le donne ad una maggiore attenzione non fa altro che vittimizzarle e considerarle come responsabili della violenza subìta (di cui l’unico responsabile è l’uomo): così facendo, la conseguenza sarà quella di limitare la libertà della donna (Bonura, 2016). Allo stesso modo, l’invito che si fa alle donne a fare attenzione agli abiti indossati perché potrebbero essere “provocatori”, non fa altro che suggerire una (inesistente) corresponsabilità della donna nella violenza subìta. Un ulteriore stereotipo riguarda nello specifico l’uomo autore di violenze, il quale metterebbe in atto comportamenti aggressivi a causa di raptus e di momenti in cui perde il controllo per motivi passionali.  Gli studi effettuati sulle dinamiche precedenti i femminicidi mettono totalmente in discussione tale stereotipo: la violenza perpetrata è sempre preceduta da maltrattamenti sistematici e da un’escalation di comportamenti violenti, la maggior parte delle volte premeditati. Infatti, i dati ci mostrano che spesso le donne uccise avevano precedentemente denunciato il compagno per stalking o per altre forme di violenza. Inoltre, non è possibile parlare di “momenti in cui l’uomo perde il controllo” perché i dati evidenziano che gli uomini giungono sulla scena dell’ultimo incontro con delle armi.

Infine, è difficile pensare ad un raptus quando la maggior parte delle volte gli uomini colpiscono volontariamente la donna in parti del corpo che possono essere nascoste dai vestiti (gambe, braccia, addome) e/o danneggiano consapevolmente solo gli oggetti appartenenti alla compagna (Bonura, 2016).

Quindi quali strade percorrere?

La violenza sulle donne è una violazione dei diritti umani ed una forma di discriminazione (Convenzione di Istanbul, 2011). Risulta fondamentale decostruire i luoghi comuni più diffusi per una maggiore consapevolezza sulla realtà del fenomeno. Purtroppo, ad oggi, i dati mostrano che molte donne non parlano con nessuno della violenza subìta, non denunciano e non cercano aiuto (Istat, 2015). Inoltre, in pochissime si rivolgono ad un centro antiviolenza, luogo che può realmente aiutarle ad emanciparsi dal legame distruttivo.

Risulta quindi importante la sensibilizzazione per trasmettere il messaggio che, al di fuori della famiglia, ci sono istituzioni e servizi pronti a supportare le donne vittime di violenza.

Di Alessandra Amoroso

a.amoroso1997@gmail.com

Bibliografia e Sitografia

Bonura, M. L. (2016). Che genere di violenza. Conoscere ed affrontare la violenza contro le donne. Trento: Edizioni Centro Studi Erickson S.p.A.

Istat (2007). La violenza e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia. Anno 2006, Roma, Istat, www.istat.it

Jussim, L., McCauley, C. R., & Lee, Y-T. (1995). Introduction: Why study stereotype accuracy and inaccuracy? In Y.T. Lee, L. Jussim, & C.R. McCauley (Eds.), Stereotypes accuracy: Towards appreciating group differences. Washington, DC: American Psychological Association.

Myers, G.D. (2012). Social Psychology. McGraw-Hill Education (trad. it. Psicologia sociale, McGraw-Hill Education, Milano, 2013).

Convenzione di Istanbul (2011): https://documenti.camera.it/leg17/dossier/testi/ac0173.htm

Indagine FRA (2014): https://fra.europa.eu/en/publication/2014/violence-against-women-eu-wide-survey-main-results-report

Istat (2015): https://www.istat.it/it/violenza-sulle-donne/il-fenomeno/violenza-dentro-e-fuori-la-famiglia/numero-delle-vittime-e-forme-di-violenza

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