TRAINSPOTTING E LO SPECCHIO CULTURALE DI UNA GENERAZIONE

ARTICOLO:

“Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia; scegliete un maxi-televisore (…); scegliete lavatrici, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita; (…) scegliete il fai da te e chiedetevi chi siete la domenica mattina; scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzare di schifezze da mangiare. Alla fine, scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio; scegliete un futuro; scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita: ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina?”

Anche chi non ha mai visto Trainspotting avrà sicuramente letto o sentito da qualche parte questo celebre monologo pronunciato dal protagonista Mark Renton all’inizio del film. Questo incipit troverà una sua controparte alla fine della pellicola, quando lo stesso Mark cambierà alcune delle sue (non) ragioni.

A febbraio del 2021, Trainspotting  –  tratto dall’omonimo romanzo di Irvine Welsh –  ha compiuto un quarto di secolo. Il film, oltre ad aver da subito conquistato un grande successo e ad essersi aggiudicato in poco tempo l’appellativo di “cult”, ha portato sulla scena lo smarrimento e l’annichilimento di un’intera generazione, nella sua più schietta manifestazione e senza accennare ad alcun tipo di moralismo.

Ambientato nella Scozia degli anni Novanta, e più precisamente a Edimburgo, il film segue le vicende di un gruppo di amici tossicodipendenti, che oscilla tra abuso di droghe, tentativi fallimentari di disintossicazione, scene di violenza, sangue, crimini e rapporti familiari senza forma.                                                                                                           

L’intento è quello di raccontare, attraverso le vite di questi ragazzi, quella generazione che, negli Anni Novanta, si rivela figlia del vuoto ideologico lasciato dagli anni Ottanta, costipata tra la fine della guerra fredda e l’alba della globalizzazione.

“Il film sprofondò nel subconscio collettivo come Mark Rent durante la sua immersione nel peggior bagno della Scozia e si radicò nella cultura popolare”.

Il tema dell’eroina scandisce la narrazione, è il filo che lega le vite dei personaggi. Ma non solo. Essa rappresenta la via di fuga da una società che mal si confà ai propri desideri, alle proprie aspettative. Non c’è un atteggiamento di indifferenza, bensì di critica, di ribellione al “quieto vivere” fatto di materia che il consumismo di quegli anni spaccia per felicità. In sostanza, ciò che il protagonista pensa è che in una società simile, ci sono infinite ragioni che spingono a drogarsi e, alla fine dei conti, chi si fa di eroina avrà un solo e unico problema: l’eroina.

“Il brutto quando smettevo con la droga è che ritornavo dai miei amici in uno stato di lucidità spaventoso, mi ricordavano così tanto me stesso che non riuscivo a guardarli”.

Le esperienze, gli atteggiamenti e lo stile di vita ritratti, consistono in ciò che viene definito da Bill Sanders “sottocultura”. Le sottoculture giovanili spesso si sono trasformate in movimenti, portando anche a cambiamenti epocali nella storia culturale di un Paese ma, indipendentemente dall’eco generata, si sono sempre manifestate all’interno di una più ampia cultura dominante, nonché in contrapposizione a questa. Trainspotting mette in luce la sottocultura emergente dell’eroina nei giovani degli anni ‘80/’90, che non può, dunque, leggersi come distaccata dal contesto socioeconomico in cui si forma.

Come si presenta la società tradizionale (britannica) di quegli anni?

Produzione di beni e servizi e acquisizione di profitti sono le regole capitalistiche attraverso cui plasmare la realtà. In una società di questo tipo, anche la bellezza, l’amore, la scelta di vivere vengono sopraffatte: tutto sembra materializzarsi e avere un costo che ne determina il conseguente valore. In questa realtà meccanica si materializza anche l’essere umano. Mark Renton e i suoi amici scelgono di non scegliere la vita per salvarsi dall’artificialità della forma e dalla vacuità di una società in cui i giovani non riescono a riconoscersi. È proprio il non trovare un’identità all’interno dei canoni sociali stabiliti che spinge a crearne di propri, generando un’endemica sottocultura.

Robert McCauley afferma che “la criminalità giovanile è contemporaneamente un problema sociale e una parte intrinseca della cultura consumistica”. Infatti, se da un lato le immagini di bande e gangster vengono utilizzate per vendere alcune tipologie di beni, dall’altro, i giovani che realmente ne fanno uso e che spesso sono riuniti in bande come si vede in Trainspotting, sono etichettati come antisociali.                              Emblematica, in tal senso, la frase che Mark pronuncia sul valium della madre: “Me lo sono procurato da mia madre, che è nel suo modo domestico e socialmente accettabile una drogata anche lei”.

David Boyle realizzando Trainspotting, oltre ad aver impresso per sempre nella memoria del cinema alcune scene iconiche, offre uno spaccato generazionale di esistenzialismo vuoto, fatuo, in cui ogni personaggio nuota spaesato.

L’aspetto sociale e culturale del problema diviene, però, il vero protagonista: l’uso di droga, la diffusione dell’AIDS, le morti causate dalle condizioni malsane in cui si versa, sono conseguenze di una frustrazione e smarrimento generazionali che il XX secolo non è riuscito a contenere.      

Il vero portento di Trainspotting è stato, quindi, scrivere la storia di cinque giovani degli anni ’90 per scrivere la storia di molti altri.

Di Maria Adelaide Morabito

mariaadelaide.morabito01@icatt.it

BIBLIOGRAFIA:

  • Ojha, A. (2013). Youth Sub-Culture and Searching Identities in Trainspotting and A Clockwork Orange.
  • Hemingway, J. (2006). Contested Cultural Spaces – Exploring Illicit Drug-using through Trainspotting. International Research in Geographical and Environmental Education. 15(4): 324-335.

SITOGRAFIA:

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