QUANDO I SOCIAL FANNO UNA DIAGNOSI (SBAGLIATA)

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Ogni giorno crescono sempre di più sui social, in particolare su Instagram, post e articoli che hanno come tema centrale quello della salute mentale. Molti di questi, però, sfociano in indicazioni su come riconoscere una persona con un disturbo psicologico con lo scopo di volerla “smascherare”. La dinamica descritta da questi post ci parla spesso di un carnefice, violento e manipolatore, e di una vittima che, grazie ai suggerimenti di questi post, potrebbe riuscire a fuggire da quest’ultimo. Non a caso, i disturbi presi di mira solitamente sono quello borderline e quello narcisistico, proprio perché sono quelli che maggiormente subiscono pregiudizi, tant’è che le persone con questi disturbi vengono descritte come violente, manipolatrici e incapaci di amare e provare emozioni. Per cavalcare l’onda della audience, alcuni influencer, e purtroppo a volte anche psicologi, utilizzano le loro conoscenze, spesso non aggiornate o frammentarie, per descrivere i “5 passi per riconoscere un narcisista”, ignorando totalmente come questo atteggiamento sia dannoso.

Le persone con disturbo narcisistico (o qualsiasi altro disturbo) non possono essere etichettate come violente o manipolatrici: ponendo tali vincoli si perdono tutte le sfumature della loro identità e viene sminuita la loro sofferenza. Per questo bisognerebbe porsi contro questa nuova “moda” che banalizza e strumentalizza diagnosi e quadri psicologici di qualsiasi personaggio influente e non. Ne sono un esempio gli articoli in cui si ipotizza che Putin soffra di disturbo narcisistico: questa presunta diagnosi, oltre a diventare una mossa per criticare le sue azioni politiche, porta con sé il pregiudizio per cui le persone che soffrono di questo disturbo siano inevitabilmente violente e insensibili alla sofferenza altrui. Ma non solo, recente è anche la gogna mediatica subita dall’attrice Amber Heard per il processo con Johnny Depp: l’ipotesi della psicologa forense Shannon Curry secondo cui l’attrice soffrirebbe di disturbo borderline, ha portato l’opinione pubblica a vederla come colpevole, anche prima del verdetto, e ogni sua dichiarazione è stata invalidata a causa del pregiudizio per cui chi soffre di disturbo borderline sarebbe tendenzialmente bugiardo.

Ma perché, ogni volta che una persona ha per noi dei comportamenti inspiegabili o negativi, sentiamo la necessità di trovare una diagnosi che dia una motivazione ai suoi comportamenti? Questa continua ricerca del patologico ha una forte leva su parti profonde di noi. Tracciare una linea tra ciò che è patologico e ciò che non lo è, tra chi soffre di un disturbo e chi è “sano”, non è che un meccanismo per identificarsi nella parte giusta, in quella considerata sana. Dividere il mondo in “carnefici” e “vittime” può farci sentire meglio, ricordarci che rientriamo nella “normalità”, ma in realtà così facendo stiamo solo perpetuando degli stereotipi e pregiudizi che si rivelano dannosi nei confronti delle persone che soffrono di disturbi psicologici. La condizione di sofferenza viene aggravata dai pregiudizi, dalla gogna sociale e dalla sensazione di doversi nascondere che potrebbe anche portare a non intraprendere un percorso terapeutico.

Dunque, questa nostra disposizione ci dice molto di più su noi stessi che sugli altri e, forse, invece di domandarci se il nostro collega è narcisista o borderline, dovremmo comprendere il motivo per cui sentiamo il bisogno di ipotizzare che soffra di un disturbo.

Le influenze moderne e il maggiore scambio di informazioni hanno permesso di sdoganare i tabù sulla salute mentale e la crescente attenzione su questi temi, portata in auge dal dibattito social, ha portato a una maggiore sensibilizzazione. Nonostante ciò, spesso è prevalsa la tendenza a voler porre delle scale gerarchiche sui disturbi mentali, classificando alcuni di essi come inaccettabili. La continua distinzione tra “sani” e “malati”, tra “vittima” e “carnefice” non fa che alimentare lo stigma sui disturbi mentali e peggiorare la condizione di chi ne soffre che si ritrova a dover fronteggiare una duplice sfida: quella per se stessi e la propria salute e quella contro una società che giudica senza comprendere. Le diagnosi non devono essere viste come delle “etichette” che riducono una persona a un disturbo, ma degli strumenti (utilizzati da psicologi e psichiatri) per poter trovare il giusto percorso di trattamento in base alle esigenze del paziente. É fondamentale, quindi, evitare di trattare in modo superficiale un tema così complesso come la salute mentale e per farlo è necessario controllare al meglio le fonti e leggere gli articoli che trattano questi argomenti con spirito critico: il comportamento di una persona può essere ridotto a 5 semplici caratteristiche?  Questi articoli sono davvero informativi o tentano di far leva su delle ferite interiori?  Ma soprattutto, non è trascurabile come questi post e articoli violino il codice deontologico degli psicologi visto che, per ovvi motivi, gli autori di questi contenuti non dovrebbero utilizzare in modo improprio gli strumenti di diagnosi e di valutazione di cui dispongono né tantomeno utilizzare la propria formazione in modo scorretto e poco trasparente.

Di Miriam Flora

miriam.flora02gmail.com

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