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Da vent’anni è un personaggio che, in un modo o nell’altro, resta sulla bocca di tutti. Ultimamente ha ricominciato a occupare una porzione molto precisa dell’internet italiano: video fiume su YouTube, ore e ore di accuse, ricostruzioni, allusioni e messe alla berlina di personaggi famosi. L’ultimo bersaglio? Alfonso Signorini.
Fabrizio Corona si presenta spesso come una specie di giustiziere: uno che smaschera, ridimensiona. Anche se, a ben vedere, più che distribuire potere sembra spesso accentralo su di sé.
Io ho provato a guardare una puntata del suo Falsissimo. Ho perso interesse abbastanza in fretta. Eppure il meccanismo mi è familiare. Da tempo il mio feed è invaso da deep dive interminabili: video da due, tre, quattro ore che analizzano vite, scandali e crolli pubblici di influencer, celebrity e personaggi internet finiti spesso, in un modo o nell’altro, tra cause legali, cancellazioni pubbliche e disastri reputazionali.
Insomma: non posso farci niente, il gossip mi piace da morire. Soprattutto quando riguarda persone lontane da me, abbastanza famose da sembrare quasi irreali. Un po’ come nell’antica Grecia si fantasticava sugli dei dell’Olimpo, noi fantastichiamo su Fedez, Chiara Ferragni, Totti, Ilary e le loro vite.
E allora mi sono chiesta: perché, tendenzialmente, ci piace così tanto spettegolare?
Si tratta di una pratica quotidiana e diffusissima: parlare di persone assenti, delle loro relazioni, dei loro inciampi, dei loro colpi di fortuna o delle loro cadute. Ogni giorno ascoltiamo, commentiamo o rilanciamo piccoli frammenti di vita altrui, anche quando non li chiameremmo apertamente “gossip”. Eppure, anche quando ci fingiamo superiori alla faccenda, quei racconti continuano ad attrarci. Succede in tutte le culture e a tutte le latitudini. In un modo o nell’altro, ci tocca tutti.
Il gossip, inoltre, ha spesso una funzione molto pratica: riempie i vuoti conversativi, rende più interessante un discorso, cattura l’attenzione e, soprattutto, costruisce complicità.
Se a una prima occhiata il gossip può sembrare solo un passatempo meschino o moralmente discutibile, in realtà nasconde funzioni molto più profonde: sociali, psicologiche e perfino evolutive.
1. Per orientarci nel mondo sociale
Il gossip non nasce come frivolezza, ma come strumento per orientarsi tra alleanze, gerarchie e reputazioni. In altre parole, ci serve a leggere il gruppo: chi conta, chi sbaglia, chi è pericoloso, chi conviene tenersi vicino. Nelle comunità umane più antiche, parlare degli assenti aveva una funzione molto concreta: aiutava a capire di chi fidarsi, chi fosse affidabile e chi invece rappresentasse un rischio. In questo senso, il pettegolezzo era legato anche all’intelligenza sociale, cioè alla capacità di interpretare i comportamenti altrui e muoversi con efficacia dentro il gruppo. Inoltre, permetteva di individuare chi deteneva più potere e di sanzionare simbolicamente, anche solo con qualche “si dice”, chi trasgrediva troppo le regole implicite della convivenza. Più che una semplice chiacchiera, dunque, il gossip funzionava come una bussola sociale.
2. Per sentirci parte di qualcosa
Spettegolare non serve solo a sapere, è anche un modo di creare legame: ci unisce perché ci fa sentire complici, informati e inclusi. Parlare di qualcun altro crea vicinanza, intimità, complicità; trasforma una conversazione qualunque in uno spazio condiviso, dove si consolidano fiducia e appartenenza. Anche dal punto di vista neurochimico, inoltre, il pettegolezzo può risultare gratificante: coinvolge il circuito della ricompensa e favorisce il rilascio di dopamina, contribuendo a rendere questa pratica piacevole e reiterabile. Non è solo il contenuto a interessarci, insomma, ma il fatto stesso di partecipare a una complicità. Al contrario, restare fuori dal giro delle confidenze può diventare un segnale di esclusione o marginalità sociale.
3. Per giudicare, punire e ridimensionare
Il gossip è anche una forma di giustizia informale che permette al gruppo di giudicare e ridimensionare chi ha troppo potere o infrange le regole: un meccanismo di controllo sociale che osserva, valuta, espone e proprio per questo che funziona anche da deterrente. Ma non colpisce solo chi sbaglia: colpisce spesso anche chi occupa una posizione superiore. Spettegolare sui potenti, sui famosi, su chi appare intoccabile, permette, infatti, di ridimensionarne l’aura e “umanizzarli”. È qui che il pettegolezzo si rivela anche come arma di potere. Pierre Bourdieu, in questo senso, aiuta a leggerlo come una risorsa strategica: chi possiede informazioni sugli altri può usarle per migliorare la propria posizione nel gruppo.
Se è dunque nella nostra natura essere un po’ impiccioni, non per questo dobbiamo autoassolverci del tutto. Il fatto che il gossip abbia una funzione sociale, evolutiva o persino relazionale non lo rende innocuo. La maldicenza può ferire e isolare le persone.
Il suo fascino, del resto, sta proprio in questa ambiguità: ci lega agli altri, ma può farlo anche a spese di qualcuno. Non parla mai solo degli altri, ma anche delle nostre paure, delle nostre invidie e dei nostri desideri di appartenenza.
E allora sì, Oscar Wilde probabilmente aveva ragione: “I fatti miei mi annoiano sempre a morte; preferisco quelli degli altri.” Ma il punto, forse, è proprio questo: i fatti degli altri ci interessano così tanto perché, in modi meno nobili di quanto ci piaccia credere, ci aiutano continuamente a leggere anche noi stessi.
Emma Carletti
Bibliografia
Robin Dunbar (1996). Grooming, Gossip, and the Evolution of Language. Harvard University Press.
Erving Goffman (1959). The Presentation of Self in Everyday Life. Anchor Books.
Pierre Bourdieu (1986). The Forms of Capital. In J. Richardson (Ed.), Handbook of Theory and Research for the Sociology of Education (pp. 241–258). Greenwood Press.
Sitografia
https://www.focus.it/comportamento/psicologia/perche-il-gossip-piace-a-tutti
https://www.psicolinea.it/la-psicologia-del-pettegolezzo/
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