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Essendo una pellegrina del web, ho visitato innumerevoli luoghi virtuali e para-conosciuto altrettante persone. Tra i contenuti che più spesso mi sono passati davanti agli occhi ci sono quelli di bambini adorabili: giocano, si autosvezzano, mettono i genitori di fronte a piccoli, quotidiani bagni di umiltà. Quando si tratta di volti che scorrono e non torneranno più nel mio feed, tutto questo pare innocuo. Ma
quando mi sono accorta di provare una certa affezione per alcuni di questi bambini e per le loro famiglie, è emersa un’inquietudine difficile da ignorare. Perché mi sembra di conoscerli, quando sono perfetti
sconosciuti – magari prescolari statunitensi con i quali non condivido neanche il fuso orario? È normale che i loro genitori condividano così tanto, fino a trasformare questi vlog nella loro principale
fonte di reddito? E, cosa succederà tra quindici anni, quando tutti questi toddlers saranno adolescenti? Questo fenomeno ha un nome, ed è molto più diffuso di quanto si pensi: “sharenting”, dalla crasi di
“sharing” e “parenting”. Il termine descrive la crescente abitudine dei genitori di pubblicare online foto, video e informazioni identificative sui propri figli, spesso fin dalla nascita, se non prima, senza che questi
possano esprimere un consenso esplicito a causa della loro età.
Si tratta di un fenomeno derivante dal cambiamento delle circostanze culturali e sociali, che causa dibattiti su cosa sia percepito come corretto e scorretto nelle vite personali e impersonali.
Solitamente, questi genitori non postano contenuti sui propri bambini con fare malevolo, anzi di solito lo fanno per condividere sprazzi di vita dei propri figli con affetto e orgoglio. In cambio, ricevono supporto e
incoraggiamento da parte di familiari e amici che potenzialmente riducono lo stress derivante dal ruolo genitoriale.
Sebbene sia associato a fenomeni positivi, come il normalizzare l’esperienza genitoriale paterna o aiutare gli altri a migliorare la propria genitorialità, questo fenomeno in crescita può esporre i bambini a rischi
significativi. La condivisione eccessiva di contenuti li rende vulnerabili a violazioni della privacy, sessualizzazione e danni emotivi futuri.
Infatti, non appena le immagini o i video vengono pubblicati online, si perde ogni controllo effettivo su di essi; la proprietà delle foto caricate dai genitori sui social media viene meno ed è generalmente difficile
ottenerne la rimozione a causa di una sostanziale mancanza di normativa. Il “rapimento digitale” è un altro problema legato allo “sharenting”, in cui degli sconosciuti scattano foto di bambini e le ripubblicano online come se il bambino fosse il proprio, attribuendogli un nuovo nome, una nuova storia e una nuova vita online.
Inoltre, chi si prende cura del bambino potrebbe anteporre il desiderio di creare contenuti accattivanti per i propri follower alle esigenze del bambino stesso. In alcuni casi, chi si prende cura del bambino
potrebbe persino costringerlo a ripetere determinati comportamenti o frasi davanti alla telecamera per sfruttarlo a fini di intrattenimento e guadagno. Da questo punto di vista, lo “sharenting” può essere
considerato una forma di negligenza e abuso nei confronti dei minori.
Esemplare per questa triste conseguenza è il caso di Ruby Franke, la quale gestiva il canale YouTube della sua famiglia dove per anni ha dipinto l’immagine della famiglia perfetta, ma dietro la narrazione costruita per i social, si nascondeva una realtà completamente diversa: i figli erano isolati e sottoposti a privazioni e maltrattamenti.
Al momento, Franke si trova detenuta allo Utah State Correctional Facility per maltrattamento aggravato di minori. Il caso è stato così intenso che ha fatto sì che lo Utah abbia deciso di adottare misure di tutela per adolescenti e bambini presenti sui social media, unendosi alla California, all’Illinois e al Minnesota.
Anche man mano che i bambini crescono, le informazioni relative alla loro infanzia continuano a esistere, e ciò può causare danni emotivi dovuti al senso di vergogna o imbarazzo per alcuni contenuti online.
Nonostante le buone intenzioni iniziali dei genitori, le conseguenze negative dell’impronta digitale possono perseguitare le persone per anni dopo il fatto. Pertanto, è consigliabile adottare precauzioni. Infatti, alcuni genitori hanno iniziato a pubblicare foto dei propri figli in cui è visibile solo la parte posteriore della testa o solo dopo aver pixellato il volto del bambino.
Esistono numerose campagne internazionali e nazionali volte a educare su tale fenomeno non solo i genitori, ma anche altre figure che circondano i bambini: pediatri e insegnanti.
Gli interventi preventivi, quali la consulenza psicologica e la formazione dei genitori, sono fondamentali per tutelare il benessere dei minori e garantire che il loro interesse superiore sia sempre al centro
dell’attenzione, compresa la loro privacy e identità.
In Italia esiste “custodi digitali” , un: “progetto di educazione digitale familiare che mira a favorire il benessere del bambino rispetto all’utilizzo degli schermi fin dai primi anni di vita”. È il primo programma
nazionale di educazione digitale famigliare dalla nascita, sviluppato nel 2020 in collaborazione con i pediatri della Provincia di Pordenone, gli Ambiti Socio-Assistenziali di Maniago e di Azzano Decimo e il
Tavolo don Milani. Mentre all’estero, è paradigmatica la campagna di sensibilizzazione irlandese “Pause Before You Post”, la quale è stata ideata per mettere in luce i pericoli legati alla condivisione eccessiva di informazioni online.
Da Emma Carletti
emma.carletti@yahoo.it
Bibliografia
Ferrara, P., Cammisa, I., Corsello, G., Giardino, I., Vural, M., Pop, T. L., Pettoello-Mantovani, C., Indrio, F., & Pettoello-Mantovani, M. (2023). Online “Sharenting”: The Dangers of Posting Sensitive
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Ferrara, P., Cammisa, I., Zona, M., Cimaroli, E., Sacco, R., Pacucci, I., Grimaldi, M. T., Scaltrito, F., Pettoello- Mantovani, M., & Corsello, G. (2024). The awareness of sharenting in Italy: a pilot study. Italian journal of pediatrics, 50(1), 226. https://doi.org/10.1186/s13052-024-01797-5
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