La psicologia della polarizzazione.Perché ci dividiamo così tanto, e perché è così difficile parlarsi.

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Cos’è la polarizzazione 

Discutere, confrontarsi, è diventato sempre più difficile: non sembra più un confronto di idee, ma  uno scontro tra squadre avversarie. Gli psicologi distinguono due forme di polarizzazione: quella  ideologica, posizioni sempre più distanti su temi concreti; e quella emotiva, ostilità crescente verso  chi la pensa diversamente, a prescindere dal merito delle questioni. È soprattutto quest’ultima a  essere cresciuta negli ultimi anni, ed è quella con gli effetti più dannosi sulla convivenza sociale  (Iyengar et al., 2019). Spesso non disprezziamo l’altro per un’opinione specifica, ma perché lo  percepiamo come “uno di loro“. 

Le radici nella nostra mente 

Il cervello umano si è evoluto per distinguere rapidamente “chi è dei nostri” da “chi non lo è” – una scorciatoia utile per la sopravvivenza, oggi applicata anche a partiti e fazioni. La teoria dell’identità  sociale di Tajfel e Turner (1979) spiega che una parte importante della nostra identità dipende dai  gruppi a cui sentiamo di appartenere: quando questi sono percepiti come minacciati, rafforziamo il  legame col nostro gruppo e l’ostilità verso l’altro. 

A questo si aggiungono alcune distorsioni cognitive comuni: il bias di conferma, cerchiamo solo  informazioni che ci danno ragione; la falsa polarizzazione, immaginiamo l’avversario più estremo di  quanto sia davvero (Zaki, 2024); e la pigrizia cognitiva, che ci porta a seguire la “bandiera” del partito  di appartenenza invece di valutare ogni tema singolarmente. 

L’effetto del gruppo e dei social 

Quando un gruppo omogeneo discute al suo interno, le posizioni individuali tendono a diventare  più estreme, non più moderate – fenomeno noto come polarizzazione di gruppo. Nei casi più estremi  si arriva al pensiero di gruppo, dove il bisogno di unanimità soffoca ogni voce critica. 

Online, questo si amplifica: le camere d’eco ci circondano di opinioni simili alle nostre, mentre gli  algoritmi premiano i contenuti più emotivi e divisivi, perché si diffondono più velocemente. Una  ricerca (Geschke et al., 2019) mostra però che le camere d’eco si formerebbero comunque anche  senza algoritmi, semplicemente per via del bias di conferma – la tecnologia amplifica un meccanismo  già nostro. Da notare: solo il 10% degli utenti più polarizzati produce il 97% dei contenuti politici sui  social, dando l’illusione di una società più divisa di quanto sia realmente. 

Perché è così difficile comunicare con l’altro 

1. Non discutiamo di fatti, ma di identità.

Quando un tema diventa simbolo della propria appartenenza, smettiamo di valutarlo  razionalmente e lo trattiamo come un segnale di lealtà. Il giurista Dan Kahan chiama questo  fenomeno cognizione identità-protettiva: cambiare idea non è solo “sbagliarsi”, è  psicologicamente vissuto come tradire il proprio gruppo. 

2. Siamo avvocati, non giudici. 

Il ragionamento motivato descrive come il nostro cervello, su temi identitari, non cerchi la  verità ma argomenti per difendere la posizione già scelta. Sorprendentemente, le persone  più istruite e con maggiore capacità di ragionamento critico non sono immuni a questo – anzi,  lo usano per costruire giustificazioni più sofisticate (Kahan, 2012). La polarizzazione, quindi,  non è un problema di ignoranza: è motivazionale. 

3. Correggere può peggiorare le cose. 

L’effetto boomerang (Nyhan & Reifler, 2010) descrive come, di fronte a una correzione  fattuale, alcune persone si convincano ancora di più della loro idea sbagliata, perché  l’informazione viene vissuta come una minaccia identitaria. Anche quando questo effetto non  si verifica, le credenze tendono comunque a persistere, trovando nuove giustificazioni anche  dopo che le prove originarie sono state smontate. 

4. I temi “sacri” non si negoziano. 

Quando una questione viene moralizzata – vissuta come giusto o sbagliato e non come scelta  pratica – il margine di compromesso crolla. Chi non è d’accordo non viene più visto come  “diverso“, ma come moralmente colpevole: non si discute più con qualcuno, ma contro qualcuno. 

5. Giudichiamo prima la persona, poi l’argomento. 

Tendiamo a valutare un argomento in base a chi lo dice, non al suo contenuto: se proviene  da chi percepiamo come “avversario“, lo scartiamo a priori. 

6. Il corpo reagisce come a una minaccia reale. 

Le neuroscienze mostrano che mettere in dubbio una convinzione identitaria attiva in parte  gli stessi circuiti cerebrali della paura fisica (es. amigdala). Per questo, in queste discussioni,  è così difficile restare lucidi: il corpo ci dice che siamo “sotto attacco” ancora prima che la  mente possa ragionare con calma. 

Cosa si può fare 

Non è una battaglia persa. Alcune strategie efficaci per contrastare la polarizzazione esistono. La  ricerca afferma:  

Separare l’argomento dall’identità, presentando i fatti senza farli sembrare una vittoria di  una “squadra” sull’altra.

Rassicurare prima di sfidare: se una persona si sente sicura del proprio valore, è più aperta  a mettersi in discussione. 

Parlare il linguaggio di valori dell’altro (Haidt, 2012), invece di imporre i propri. 

Partire dalla curiosità più che dal voler convincere: un atteggiamento empatico riduce  l’ostilità e crea le condizioni per un ascolto reciproco reale (Saveski et al., 2022). 

La polarizzazione e la difficoltà di dialogo non nascono da cattiveria o stupidità, ma da meccanismi  psicologici antichi: il bisogno di appartenenza, la difesa delle proprie credenze, la trasformazione di  ogni tema in simbolo identitario. I social non creano questi meccanismi – li trovano già dentro di noi  e li amplificano. Capirlo è il primo passo per smettere di chiedersi “Perché l’altro è così  irragionevole?” e iniziare a chiedersi “Cosa sta proteggendo, e come posso parlargli senza farlo  sentire sotto attacco?”. 

Da Nicolò Briguglio

n.briguglio01@icatt.it

Bibliografia 

Haidt, J. (2012). The Righteous Mind. Pantheon Books. Iyengar, S. et al. (2019). The Origins and  Consequences of Affective Polarization in the US. Annual Review of Political Science, 22.  

Janis, I. L. (1972). Victims of Groupthink. Houghton Mifflin. Kahan, D. M. (2012). Ideology, motivated  reasoning, and cognitive reflection. Judgment and Decision Making, 8(4).  

Nyhan, B., & Reifler, J. (2010). When corrections fail. Political Behavior, 32(2). Geschke, D., Lorenz, J.,  & Holtz, P. (2019). The triple-filter bubble. British Journal of Social Psychology, 58(1).  

Saveski, M., et al. (2022). Perspective-taking to reduce affective polarization on social media. ICWSM  2022.  

Tajfel, H., & Turner, J. C. (1979). An integrative theory of intergroup conflict. Social psychology of  intergroup relations.  

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