LES MOTS POUR LE DIRE “Le parole per dirlo”

Tempo di lettura: 5 minuti

È disubbidendo alle raccomandazioni della madre e le regole imposte che Marie scopre il potere di possedere qualcosa di solo suo, insieme al tesoro nascosto del suo sesso. Nonostante ciò, anche se lo sguardo della madre non può raggiungerla, la vergogna, che invece non ha bisogno di occhi per intercettare, si fa presto strada, specie dall’eccitazione che precocemente sperimenta. E poi l’invidia per i maschi perché una femmina non gioca come loro, ma da brava, come è richiesto alle bambine, li guarda. Eppure, vorrebbe avere la loro libertà, così come avere un pene, sporcarsi, fare la lotta, rotolarsi nella sabbia. Anche se fosse quello il suo desiderio, e cioè fare balzi da un ramo all’altro degli alberi con urla strepitanti, il destino di una femmina la richiama a  sistemare la capanna e raccogliere i fiori delle radure.  Così si costruisce un pene con un rotolo e, nella sua intimità, immagina ciò che in potenza sarebbe se solo ne avesse uno vero attaccato. 

È fin dall’infanzia dunque, che si insedia la Cosa. Da quando in “Le parole per dirlo” di Marie Cardinal, autrice e protagonista, le esplorazioni nel bosco e poi le corse sotto il sole nei vigneti arati dell’Algeria si caratterizzano di non sole emozioni buone, ma a farle da compagni invisibili ci sono anche lo smarrimento, l’angoscia e la paura. Poi, quando l’Algeria francese, suo paese natale, sarà esangue e in degrado, Marie è ormai adulta e nell’agonizzare di quel luogo delle esplorazioni naturalistiche e che le ha dato vita, ricordi, una storia, inizierà la riesumazione del dolore privato tramite sintomi incomprensibili e violenti, accessibili solo al linguaggio simbolico della psicoanalisi.

Cardinal ci consegna un lavoro di grande realismo, restituendo con nitore l’esperienza del dolore psichico e chiedendoci di entrare, una pagina alla volta, nella sua storia di sofferenza straripante e senza barriere, così come nel percorso della sua guarigione.

Le copiose perdite di sangue, l’utero fibromatoso, l’allucinazione dell’occhio, i tremori, il corpo rannicchiato al mattino, appena sveglia, in posizione fetale, e poi la fuga dalla casa psichiatrica, l’interruzione degli psicofarmaci e l’inizio dell’analisi con gli appuntamenti al “vicolo” dal dottore, suo analista, cui riconsegna fin dalla prima pagina la dedica di “ringraziamento per averla fatta nascere”. È attraverso questi passaggi che scopriamo, con il tempo dell’autrice, il senso precipuo dei suoi sintomi, essendo essi messaggeri di un contenuto più profondo e dimenticato che tenderà a riaffiorare durante l’analisi.

Succede tutto nominando le cose che fanno paura, associando alcuni elementi a simboli interni, riorganizzando, facendo spazio, con la vita che emerge lentamente e silenziosa in superficie.

L’inconscio è fatto di tante porte nascoste che si aprono all’apparire di un dettaglio insignificante, di una parola, di un suono, come il famoso “tip tap tip” che riecheggia nella testa di Marie il giorno in cui racconta un aneddoto della sua infanzia, e allora compare il ricordo dimenticato della cinepresa nelle mani di un qualcuno di molto noto. Tip tap.

Un istante, uno scossone sismico, il crollo delle certezze, la caduta gloriosa e terrificante delle difese: sbam! La rievocazione traumatica, destabilizzante ma anche dolcissima nella possibilità di rimaneggiare la propria storia, finalmente, in sicurezza.

Tutto si rimpicciolisce e l’elefante nella stanza ignorato per tempo perde la sua pregnanza, vivisezionato per un po’, lascia il suo primato. Con esso abbandonano anche il diniego e la vergogna, e la mente, resa finalmente sgombra, è un bellissimo giardino fertile. Come scrive, “tutto è uguale ma è anche tutto diverso”.

Il testo è squisitamente laico e permette di conoscere il “funzionamento” senza pretesa scientifica o divulgativa. È proprio attraverso l’acutezza di pensiero di Cardinal, la sua capacità di approfondire sé stessa nelle varie evoluzioni della sua persona, a risultare sufficiente per poter cogliere la materia sottostante, la malattia, il percorso di cura, la clinica. Anche la fase della guarigione è dettata da parole nude e crude, in assenza di idealizzazioni falsate, come la sensazione di sentirsi un’altra donna diversa dalla “pazza” ma anche una tabula rasa, un cespuglio senza radici, bello da vedere ma molto vulnerabile. Senza escludere poi il compiacimento per aver ritrovato Sé e la libertà, la vitalità e il proprio fervore, la voglia di costruire, la gioia. Il piacere di ridere, il benessere e la fiducia. Soprattutto , a riaccendersi con la guarigione, c’è quella che chiama “la propria violenza”, culturalmente impensabile per una donna, eppure anche se sopita e resa mansueta, risvegliabile dall’analisi in quanto prezioso mezzo di espressione dei propri confini, della propria sicurezza e del proprio potere autodeterminante.

L’onestà ruvida della sua penna e la capacità di essere ampiamente descrittiva richiede certamente di un po’ di pelo sullo stomaco per chi legge, ma è anche  l’elemento dal maggior valore pedagogico, offrendo un vocabolario nuovo e simbolico del quale avvalersi per narrare la fetta dell’iceberg freudiano più sommerso dalle acque.  

“E così a volte una verità semplice, chiara, nonostante fosse facile da capire, irrompeva nella mia realtà solo nel momento in cui ero in grado di accoglierla”

Valentina Lardini

vlardini77@gmail.com

Bibliografia 

Cardinal, M. (2017). Le parole per dirlo. Bompiani

Lascia un commento