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Cosa vuole Garrett Graham?
“Il modo in cui ti sei appena aperta davanti a tutte quelle persone. Voglio essere più come te, Wellsy. Come la ragazza della stanza verde. La ragazza là su quel palco. Tutto ciò che sei.”
Che cosa può mai volere Garrett Graham, l’invidiato giocatore di hockey, l’uomo dal fisico perfetto, l’ossessione di un’infinità di ragazze, il figlio di un campione? Garrett Graham vuole essere Wellsy. La Wellsy della stanza verde. Vuole liberarsi dalla gabbia di mascolinità in cui è cresciuto e rifugiarsi nella femminilità di lei, in cui è concesso sentire e parlare, in cui la fragilità da fallimento diventa vittoria.
E, se non fosse vero che gli uomini sono meno emotivi delle donne? La psicologia lascia spazio ad una nuova ipotesi, aprendo la possibilità che Off Campus non sia fantascienza, un mondo di uomini scritti da una donna e distanti anni luce dalla realtà, ma un futuro che può essere scelto. Perché siamo noi, come società, a costruire il maschile e il femminile.
Perché abbiamo bisogno di una psicologia degli uomini?
Siamo noi a costruire il maschile e il femminile: così afferma Joseph Pleck nel suo paradigma della tensione di genere, o GRSP (Gender Role Strain Paradigm), in cui considera i ruoli di genere non come determinati biologicamente, bensì come costrutti psicologici e sociali che comportano determinati vantaggi e svantaggi e che, soprattutto, possono cambiare con il tempo.
Sulla scia di Pleck, Ronald F. Levant, psicologo statunitense ed ex presidente dell’APA (American Psychology Association), pone una questione cruciale: perché abbiamo bisogno di una psicologia degli uomini? In fondo, la maggior parte della ricerca psicologica che è stata condotta nel corso degli anni, ha visto come protagonisti gli uomini. Il problema risiede nel non aver considerato gli uomini in quanto tali, ma in quanto rappresentanti dell’umanità. A partire dal 1960, i ricercatori femministi hanno reclamato un approccio specifico di genere in campo psicologico e, vent’anni dopo, gli psicologi hanno cominciato ad esaminare la mascolinità come un costrutto complesso e persino problematico.
In questa cornice, viene fatta distinzione tra sesso e genere: il sesso sono gli attributi biologici che derivano dall’essere uomo o donna, mentre il genere è l’insieme degli attributi psicologici e socioculturali associati al sesso biologico, come la mascolinità e la femminilità. La mascolinità non è più dunque un fattore biologico, ma un ruolo sociale plasmato dagli stereotipi e dalle norme, e persino una performance sociale che può essere messa in atto sia da abitanti di corpi maschili che femminili.
Gli uomini vengono spesso cresciuti secondo le norme tradizionali della mascolinità, che enfatizzano dominanza, aggressività, autosufficienza estrema, restrizione emotiva. Ma, allo stesso tempo e soprattutto in età adulta, viene loro chiesto impegno nelle relazioni affettive, capacità di comunicare i sentimenti più profondi, prendersi cura dei figli, integrare la sessualità con l’amore, il contenimento dell’aggressività e della violenza. Si ritrovano così spaesati e confusi in un mondo che li vuole forti ma vulnerabili, stoici ma sensibili, indipendenti ma non troppo: ciò che Levant definisce crisi della mascolinità.
Come superare questa crisi della mascolinità? Ce lo mostra forse Garrett Graham, nel suo prima e nel suo dopo. Prima e dopo di cosa? O meglio, di chi? Ovviamente, di Hannah Wells.
Il vecchio Garrett
Nelle prime scene, Garrett Graham è l’emblema della mascolinità: un uomo freddo e indipendente, non vuole relazioni perché non è disposto ad appartenere a nessuno, il sesso non gli manca, ma teme l’intimità. Ha in testa solo un obiettivo: l’autoaffermazione. Non c’è tempo per l’amore, quando sei già impegnato in una relazione tossica con il successo. Garrett, da “vero” uomo, eccelle in uno sport violento che gli garantisce ammirazione sociale, non toglie mai la divisa perché tatuata sulla sua pelle, incisa persino nei suoi geni. Garrett Graham, prima di Wellsy, è solo il figlio di Philip Graham. E, nel tentativo di essere il contrario di suo padre, dimostra paradossalmente l’enorme influenza che subisce da parte di lui.
Prima di Wellsy, Garrett non ha parole per le emozioni. Il suo linguaggio è pragmatico e diretto, orientato al controllo e alla definizione dei limiti – “Non posso perdere la concentrazione, tutto ciò che posso offrire è qualcosa di occasionale” – perché i leader non hanno tempo per l’intimità, per essere fragili. Garrett non ha un minuto per sedersi, respirare, e sbrogliare quel gomitolo di emozioni che lo stanno piano piano soffocando, che combatte schiacciandole con i pesi in palestra. Ma, trattando ciò che sente come un nemico esterno, non scioglie i nodi nati da dentro e che solo da dentro possono essere sciolti. Come sa chiunque abbia affrontato un nodo che si rispetti, bisogna maneggiarlo lentamente e con pazienza, perché la rabbia e l’insistere rendono quel cespuglio una giungla di frustrazione. Hannah sarà per Garrett la pausa, il respiro, il meraviglioso niente in cui può semplicemente essere senza dover essere per. Essere per l’hockey, essere per le aspettative, essere per perché senza non è niente. Perché Garrett, nato nell’hockey, senza l’hockey non sa chi è.
Ma c’è un’ipotesi che può salvare Garrett Graham, che può lavargli via di dosso la sua indelebile divisa, rivelandola non sua, ma dell’altro, vestito troppo stretto cucito addosso da mani straniere.
Nel 1992, Levant ipotizza l’esistenza di un’Alessitimia Normativa Maschile (NMA): un costrutto psicologico che descrive una forma da lieve a moderata di alessitimia, ovvero l’incapacità di identificare, elaborare e descrivere le proprie emozioni attraverso le parole, influenzato dall’ideologia della mascolinità tradizionale (TMI). La parola alessitimia deriva dal greco dal a- “mancanza”, lexis “parola” e thymos “emozione”, letteralmente “senza parole per le emozioni”. Il termine viene usato originariamente da Sifneos (1967, 1972) per descrivere l’estrema difficoltà di certi pazienti psichiatrici nell’identificare e descrivere i loro sentimenti, e viene poi ripreso da
Levant con la proposta di una forma “normativa”, ovvero che nasce dalle norme sociali di genere e dalla socializzazione maschile tradizionale.
L’ideologia della mascolinità tradizionale (TMI) rivolge agli uomini tre principali richieste: quella di status, secondo cui l’uomo deve costantemente lottare per ottenere successo, potere e ammirazione attraverso i propri risultati; di forza, che prevede la resilienza fisica, mentale ed emotiva, l’autosufficienza e, soprattutto, che gli uomini non mostrino mai debolezza o vulnerabilità; di antifemminilità, che incoraggia ad evitare categoricamente qualsiasi comportamento, atteggiamento o interesse che possa essere considerato femminile. Diversi studi dimostrano che la TMI può avere effetti negativi sul benessere personale. La repressione delle emozioni rende più difficile comprendere e comunicare i propri sentimenti, ostacolando le relazioni affettive e l’intimità. Inoltre, la tendenza a non chiedere aiuto può favorire problemi di salute mentale come ansia e depressione, motivo per cui un’adesione rigida a questi modelli è spesso associata a una minore qualità della vita e delle relazioni.
Le forze sociali modellano gli uomini in modo diverso a seconda della misura in cui sono stati educati, da bambini, ad adottare le norme della mascolinità tradizionale. Secondo Levant, infatti, gli uomini affetti da NMA sarebbero stati scoraggiati, durante l’infanzia o l’adolescenza, nell’esprimersi e nel parlare delle loro emozioni da genitori, coetanei, insegnanti o allenatori, non sviluppando così un vocabolario o consapevolezza di molte delle loro emozioni. In particolare, questi uomini mostrano maggiori difficoltà nell’identificare ed esprimere emozioni che inducono un senso di vulnerabilità (come tristezza o paura) o che esprimono attaccamento (come affetto, tenerezza e bisogno dell’altro). Spesso, l’unica emozione che gli uomini si sentono autorizzati a esprimere è la rabbia o l’aggressività, che diventa un sostituto per altri sentimenti non elaborati. La stessa rabbia che è un fil rouge nella vita di Garrett, in cui il dolore causato dal padre e la paura di essere violento come lui, si manifestano – prima di bagnare sotto forma di lacrime la spalla di Wellsy – come pugni contro il muro.
Tralasciando la loro bellezza, nonostante sia di certo non trascurabile, la caratteristica più amata dal pubblico nei personaggi maschili di Off Campus è la loro intelligenza emotiva. E, se non fosse vero che gli uomini sono meno emotivamente intelligenti delle donne?
Secondo Kurian e Levant (2025), esiste una relazione negativa significativa tra l’alessitimia normativa maschile (NMA) e l’intelligenza emotiva (EI), indicando che livelli più elevati di NMA sono associati a una minore capacità di comprendere, esprimere e regolare le emozioni. In particolare, l’interiorizzazione delle norme tradizionali di mascolinità sembra favorire la soppressione dell’esperienza emotiva, ostacolando lo sviluppo di competenze fondamentali dell’intelligenza emotiva (EI), come la consapevolezza di sé e l’empatia. In questo senso, la NMA agisce come un meccanismo mediatorio attraverso cui l’ideologia della mascolinità tradizionale influenza negativamente il funzionamento emotivo: le aspettative sociali legate al ruolo maschile non riducono direttamente l’EI, ma lo fanno indirettamente promuovendo una difficoltà nell’identificazione e nella comunicazione dei propri stati affettivi. Ne deriva che l’alessitimia normativa maschile può essere concettualizzata come una barriera appresa di matrice socioculturale che limita lo sviluppo pieno delle competenze emotive e relazionali.
Questa ipotesi incoraggia a guardare il mondo con un altro paio di occhiali: l’idea che la socializzazione svolga un ruolo nello sviluppo della limitata espressività ed intelligenza emotiva si contrappone alla concezione tradizionale della nostra società secondo la quale gli uomini sarebbero essenzialmente “programmati biologicamente” per essere meno emotivi e più razionali rispetto alle donne. Si apre così una possibilità: possiamo cambiare l’uomo cambiando l’idea di uomo, possiamo cambiare la donna cambiando l’idea di donna.
Il nuovo Garrett
Nel momento in cui Garrett vede Hannah cantare a squarciagola nella stanza verde, s’innamora della sua spontaneità incensurata e comincia un percorso in cui, tratto dopo tratto, si cancella via di dosso il disegno della sua divisa. La loro storia nasce da un contratto: Garrett recupera filosofia, Hannah conquista Justin. Ma il patto dell’uomo d’affari si trasforma nel viaggio di un amante. Garrett si rende conto strada facendo delle conseguenze che la sua restrittività emotiva ha su chi lo circonda, Hannah e la squadra, in particolare su Logan, con cui il rapporto di amicizia si incrina perché Garrett non riesce a parlare delle sue emozioni e delle sue ferite, ma le prende a pugni sul campo da hockey a discapito dell’intera squadra.
Quando Garrett si arrende, è proprio lì che vince. Il giorno del Ringraziamento, accompagnato da Wellsy, visita esattamente la casa di quel padre di cui rifiuta tutte le chiamate, nella speranza che sia cambiato. Nel momento in cui scopre che anche la nuova compagna è vittima di violenza da parte di lui, come lo era stata la madre, scappa portandosi dietro una scia di dolore, rabbia, impotenza e frustrazione. Garrett finalmente mette in pausa il ruolo di maschio imperturbabile, e si affida a Wellsy in un abbraccio, senza difese, si abbandona all’amore e accetta di non bastare a sé stesso. Il secondo principio della TMI, essere forti e autosufficienti, si scioglie nelle lacrime di Garrett che, forgiato per essere uomo, si riscopre semplicemente essere umano.
Off Campus introduce una nuova dimensione della mascolinità: quella della delicatezza. La delicatezza di Garrett che porta ad Hannah una lattina di birra sigillata, passata prima dalle mani di Logan, dimostrando la loro capacità di immedesimarsi nella paura di una ragazza ad una festa. La delicatezza di Dean, convinto che la chiave del sesso con una donna sia la fiducia e farla sentire al sicuro. La delicatezza di Tucker, che comunica il suo affetto attraverso le tradizioni, la compagnia e il cibo preparato con tanta cura. La delicatezza di Justin, che dopo il rifiuto di Hannah continua, senza rancore, a lavorare con lei al progetto musicale. La delicatezza di Carter St. James prima di rivelarsi Hunter, che empatizza con le difficoltà di Allie senza forzarla, prestandosi solo a ciò con cui lei si sente a suo agio: un bacio. La delicatezza di Logan, che mette da parte l’orgoglio per prendersi cura di Jules, portando alla madre ricoverata i loro tradizionali tacos e un marshmallow, pur serbando risentimento nei suoi confronti.
Gli uomini sono stati storicamente socializzati, nella maggior parte delle società del mondo, ad assimilare un insieme comune di norme e aspettative, perché essi svolgono gli stessi ruoli sociali in quasi tutte le culture: procreazione (padre), sostentamento economico (lavoratore) e protezione (soldato). Di conseguenza, praticamente tutte le società devono socializzare i ragazzi affinché
sviluppino quell’insieme di caratteristiche necessarie a mettere in atto i comportamenti impliciti in tali ruoli.
In Off Campus si assiste ad un ribaltamento dei valori in cui l’uomo più forte è colui che sa mostrarsi debole. Un mondo di uomini che parlano di emozioni, che amano cucinare, rispettano i no senza rancore, uomini che curano, uomini amici e non rivali, uomini dolci, sensibili, riflessivi, umili nell’errore. Un modo di uomini che piangono.
Il messaggio di Off Campus e quello di Ronald F. Levant è un messaggio di speranza: se come società crescessimo i nostri bambini in quanto esseri umani, invece che fondere le loro personalità per poi colarle in uno stampino a sagoma di uomo o di donna, potremmo migliorare il benessere emotivo, psicologico e relazionale di entrambi i generi. Siamo tutti persone, inevitabilmente attraversate da emozioni: lasciamo loro spazio, diamo loro parole, e che tutti, donne e uomini, abbiano il diritto di essere fragili.
Da Chiara Balestra
Bibliografia
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