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La psicologia odierna, supportata dai risultati della ricerca, considera l’alleanza terapeutica (ossia la relazione positiva e collaborativa tra paziente e terapeuta) come uno degli elementi cardine del cambiamento all’interno della psicoterapia, in misura persino maggiore rispetto alla tipologia di trattamento adottata (Norcross, J.C. & Lambert, M.J., 2019).
Nonostante la centralità di questo elemento sia stata evidenziata solo negli ultimi decenni, quello che succede nel momento in cui paziente e terapeuta interagiscono e cooperano è stato oggetto dell’attenzione di numerosi autori nel corso dell’intera storia della psicoterapia: a partire dalle ultime riflessioni, ancora immature, di Freud, passando poi per altri psicologi classici che si sono occupati di trauma, terapia di gruppo, schizofrenia o età infantile, ispirando la pratica della ricerca sui neonati (la Infant Research di cui Daniel Stern è stato il principale esponente); fino ad arrivare alla psicologia moderna, legata alla ricerca e alle pratiche supportate scientificamente e statisticamente.
All’interno dell’evoluzione della psicologia in favore della centralità della relazione terapeutica, Peter Fonagy fornisce una prima definizione di ciò che viene da lui definito mentalizzazione, un concetto cardine nella sua teoria e nella sua pratica psicoterapeutica: la mentalizzazione viene da Fonagy descritta come “un processo mentale attraverso cui l’individuo interpreta, implicitamente ed esplicitamente, le azioni proprie e degli altri come aventi un significato sulla base degli stati mentali” (Bateman, A.W., & Fonagy, P., 2006). A partire da questa definizione, la mentalizzazione può essere descritta come la capacità di dare un significato al comportamento proprio e altrui supponendo che stati mentali sottostanti influenzano azioni e pensieri.
La mentalizzazione è una capacità che, per essere applicata in modo efficace, deve muoversi in modo flessibile all’interno di diverse dimensioni che la caratterizzano, adattandosi a seconda della situazione e dell’interlocutore e senza sbilanciarsi eccessivamente verso uno dei due estremi.
- Mentalizzazione automatica o controllata: mentalizzare in modo automatico consiste nella capacità di comprendere senza sforzarsi o prestare particolare attenzione; quando si mentalizza in modo automatico non vengono consumate molte risorse ed è richiesta poca attenzione; tuttavia, quello che si ipotizza in questo modo può essere soggetto a imprecisioni o distorsioni, specialmente in situazioni complesse ed emotivamente difficili (ad esempio, durante un litigio o un momento di forte ansia). La mentalizzazione controllata, d’altro canto, riduce significativamente il rischio di errori in quanto implica una riflessione attenta e consapevole; è più lenta e faticosa e spesso necessita del linguaggio, ma permette di riflettere più accuratamente sulle motivazioni alla base del comportamento proprio e altrui.
- Mentalizzazione riguardo sé stessi o gli altri: è possibile supporre che mentalizzare in riferimento a sé stessi e in riferimento agli altri siano capacità così strettamente connesse da non poter essere separate, a maggior ragione considerando che entrambe condividono circuiti neurali comuni (Luyten, P., & Fonagy, P., 2015). Alcuni disturbi mentali, però, compromettono in modo specifico solamente uno di questi aspetti, evidenziando come, seppure sovrapponibili, la mentalizzazione rivolta a sé e la mentalizzazione rivolta agli altri siano abilità differenti.
- Mentalizzazione cognitiva o affettiva: la mentalizzazione può avere un carattere razionale, che prende la forma di ragionamenti sulla prospettiva altrui e sulle possibili ragioni sottostanti il comportamento. Un’altra forma che la mentalizzazione può assumere, invece, è quella di comprendere ed esprimere le emozioni, provare empatia e ragionare in funzione di ciò che noi stessi o gli altri possiamo provare, dando perciò più spazio agli stati emotivi rispetto al ragionamento puramente logico-razionale.
- Mentalizzazione interna o esterna: mentalizzare consiste, essenzialmente, nel creare un’ipotesi; perciò, è necessario avere degli elementi iniziali a partire dai quali sia possibile ipotizzare. Quest’ultima dimensione della mentalizzazione si riferisce proprio agli elementi sui quali ci si concentra per mentalizzare, che possono essere raggruppabili in elementi relativi a stati d’animo e mondo interno (ad esempio, percepire che noi stessi o un’altra persona stiamo provando una specifica emozione) ed elementi osservabili e riscontrabili esteriormente (ad esempio, tono di voce, espressione facciale o postura); la dimensione interna/esterna della mentalizzazione richiede una particolare adattabilità, in quanto per comprendere e mentalizzare in modo efficace è necessario connettere gli elementi osservabili esternamente ai possibili stati mentali da cui derivano, spostandosi perciò in modo flessibile da un focus esterno a un focus interno e viceversa.
La capacità di mentalizzare, a partire dalla mentalizzazione rivolta a sé stessi, inizia a crearsi già dall’età infantile, in cui la relazione con i genitori (o, più in generale, i caregiver) costituisce il contesto privilegiato in cui il bambino può vedere i propri stati mentali rispecchiati dalle risposte dell’adulto e, grazie a ciò, costruire la capacità di comprendere sé stesso e gli altri.
Nel momento in cui il bambino esprime uno stato di sconforto, ad esempio piangendo, il genitore dovrebbe rispondere attuando un processo che prende il nome di rispecchiamento, ossia una reazione all’emozione del bambino che abbia caratteristiche specifiche.
- Contingente: attuata nel momento immediatamente successivo all’emozione del bambino.
- Congruente: coerente con l’emozione manifestata dal bambino, non si pone in contrasto.
- Differenziata: la risposta del genitore deve basarsi sull’emozione del bambino, non sullo stato interno del genitore stesso.
- Marcata: l’imitazione, da parte del genitore, dell’emozione espressa dal bambino è volutamente esagerata, con lo scopo di comunicare al bambino che ciò che l’adulto sta simulando è una rivisitazione dello stato mentale del bambino stesso.
Tramite ripetuti rispecchiamenti, il bambino costruisce una rappresentazione dei propri stati mentali e ottiene un senso di sicurezza, derivante dal sentirsi riconosciuto e compreso. Inoltre, l’atteggiamento del genitore comprensivo e rispecchiante entra a far parte del mondo interno del bambino, rendendosi dunque accessibile nel momento in cui, crescendo, il bambino si troverà a dover comprendere e regolare le proprie e le altrui emozioni. In altre parole, il bambino impara dal genitore come comportarsi quando sé stesso o un’altra persona sta manifestando un’emozione, come capire ciò che l’ha causata e quali strategie adottare per affrontare eventuali momenti di difficoltà.
Avendo presente come la capacità di mentalizzare ha origine e come le risposte genitoriali costituiscono la base della comprensione di sé stessi e degli altri, è possibile riflettere sulle modalità tramite le quali una gestione inadeguata delle emozioni del bambino compromette lo sviluppo della mentalizzazione e di un’identità solida.
Se non riconosce sé stesso nelle risposte dei genitori alle sue emozioni, ossia se il rispecchiamento non ha avuto luogo, il bambino non sarà in grado di costruire una rappresentazione del proprio stato mentale. Invece, sarà assimilato forzatamente lo stato mentale e il comportamento del genitore, che nel corso del tempo ostacolerà lo sviluppo di un’identità stabile e di una comprensione di sé e degli altri adeguata: ripetendo ciò che il bambino ha appreso nel corso dell’infanzia, da un lato saranno riprodotte le modalità attraverso le quali il genitore ha fallito nel comprendere il bambino (che porteranno poi al fallimento nel comprendere sé stesso e gli altri), dall’altro la persona si sentirà spesso incompresa dagli altri e disconnessa dal proprio mondo interno. A seconda del tipo di comportamento inadeguato messo in atto dal genitore, inoltre, le difficoltà nella mentalizzazione potranno essere accompagnate da ansia, evitamento, apatia, aggressività, tristezza, senso di solitudine e altre emozioni che possono avere caratterizzato l’esperienza infantile di incomprensione.
Perciò, un genitore che reagisce in modo agitato e spaventato alle emozioni del bambino gli trasmetterà la sensazione di paura, che lo accompagnerà nella sua vita nel momento in cui si troverà ad affrontare situazioni emotivamente attivanti. Un genitore che reagisce con rabbia insegnerà al bambino a non esprimere le proprie emozioni e a rispondere invece con aggressività. Un genitore che risponde alle emozioni del bambino con apatia e distacco darà al bambino il messaggio che le proprie emozioni sono inaccettabili e che, se non vuole essere abbandonato, deve nascondere quello che prova.
Ogni persona, in momenti di difficoltà o di forte intensità emotiva, può perdere temporaneamente la capacità di mentalizzare, regredendo a forme di pensiero caratteristiche di periodi della vita precedenti allo sviluppo della mentalizzazione, che per tale motivo vengono chiamate modalità prementalizzanti. La teoria della mentalizzazione ha ipotizzato tre modalità prementalizzanti, ciascuna caratterizzata da specifiche distorsioni nella comprensione dei propri stati interni e dei comportamenti altrui.
- Modalità teleologica: compare intorno agli 8/9 mesi di vita, nel momento in cui il bambino prende consapevolezza che le azioni derivano da intenzioni sottostanti, e consiste nel comprendere le intenzioni delle persone solamente se queste sono dimostrate tramite azioni (ad esempio “la mamma mi abbraccia, quindi mi vuole bene” oppure “la mamma non mi abbraccia, quindi non mi vuole bene”). In età adulta, la modalità teleologica implica una mancanza di flessibilità nel capire il comportamento altrui, che viene provato a comprendere tramite una sola spiegazione possibile, senza ipotesi alternative. In particolare, l’unica spiegazione ipotizzata dalla persona è eccessivamente legata al piano pratico/materiale e alla realtà esterna, ignorando la possibile presenza di elementi interni che permetterebbero di creare numerose altre ipotesi (ad esempio, “mia madre non ha acquistato la mia bibita preferita, me la sta facendo pagare perché l’ho fatta arrabbiare ieri”). Manifestazioni gravi della modalità teleologica possono prendere la forma di autolesionismo (volto ad esprimere un forte dolore interiore) oppure di disturbi del comportamento alimentare (in particolare, il modo in cui il peso influenza l’autostima).
- Modalità di equivalenza psichica: emerge intorno ai 2/3 anni di vita e consiste nel considerare i propri stati mentali come reali e concreti (ad esempio “ho paura del mostro sotto il letto, c’è un reale pericolo che il mostro sotto il letto mi faccia del male”). In età adulta, la modalità dell’equivalenza psichica si manifesta come una continua deformazione della realtà in funzione dell’emozione che la persona sta sperimentando. Perciò, se la persona si sente innervosita tenderà a interpretare ogni interazione come un attacco, mentre se si sente abbandonata tenderà a interpretare ogni elemento del discorso come una conferma della mancanza di cura dell’altro (ad esempio, “la mia fidanzata vuole andare al compleanno di un suo amico, è ovvio che mi voglia sostituire, anche la sua proposta di accompagnarla alla festa ha solamente lo scopo di confrontarmi con gli altri uomini”). Inoltre, la persona che attua questa modalità prementalizzante si sente estremamente certa delle proprie interpretazioni e tende ad agitarsi se queste vengono messe in discussione dall’interlocutore.
- Modalità del far finta o pseudomentalizzazione: si sviluppa a partire dai 3 anni di vita e implica una separazione tra il mondo interno e la realtà esterna, caratteristica del gioco di finzione. In età adulta e applicata al contesto interpersonale, la modalità del far finta prende il nome di pseudomentalizzazione. Il nome pseudomentalizzazione deriva dal fatto che questa modalità prementalizzante consente una comprensione solamente parziale di sentimenti e pensieri, sacrificando la connessione tra la realtà esterna e il proprio mondo interno. I discorsi caratterizzati da pseudomentalizzazione possono sembrare noiosi, ripetitivi, eccessivamente razionalizzati e talvolta manipolatori, a discapito della componente emotiva che normalmente si associa alla comunicazione (ad esempio “mio figlio ritiene che io sia un padre pessimo, severo e incomprensivo, ma io so che è tutto legato alle insicurezze che i social media gli trasmettono, che lo fanno sentire come se sentirsi incompreso non sia normale nell’adolescenza”). In questa modalità, dunque, la persona può affrontare un percorso terapeutico ma non trarne miglioramento, in quanto il dialogo e la comprensione di sé stessi e degli altri non è completa e genuina, ma rimane frammentata e unicamente sul piano razionale.
Mentre molti concetti psicologici hanno un riscontro reale solamente in situazioni specifiche o in particolari disturbi, la mentalizzazione riguarda quasi ogni momento e situazione nelle nostre vite. Oltre ad avere un ruolo fondamentale nelle interazioni interpersonali, nell’empatia e nella comprensione degli altri, la capacità di mentalizzare implica la possibilità di capire i nostri stessi stati mentali, connetterli ai nostri comportamenti, comprendere l’origine delle nostre emozioni e le strategie volte a regolarle. Perciò, una buona capacità di mentalizzare influenza non solo la qualità delle nostre relazioni ma la qualità della vita in generale. Per questo motivo, ritengo che la mentalizzazione sia uno dei concetti più importanti da comprendere e su cui interrogarsi non solo per chi studia o lavora in ambito psicologico, ma per chiunque abbia intenzione di effettuare introspezione e migliorare la propria consapevolezza di sé.
A concludere, reputo importante sottolineare il valore che una migliore mentalizzazione può avere nella società odierna, all’interno della quale le comunicazioni contrastanti e polarizzate dei media creano divisioni all’apparenza inconciliabili. In questo panorama, in cui gli estremismi sono strumentalizzati da parte di chi trae vantaggio dalle scissioni sociali, le persone sono portate a rinunciare alla comprensione degli altri, ragionando spesso in termini pregiudizievoli e accusatori verso i gruppi sociali considerati oggetto della propria frustrazione. La principale conseguenza di questo clima di ostilità, oltre l’odio e l’intolleranza sempre più diffusi, è che i giovani, assidui frequentatori dei social media, apprendono modalità di comunicazione basate su incomprensione e attacco reciproco, compromettendo inoltre la capacità di mettersi in discussione tramite introspezione e autoconsapevolezza. Per questo motivo, ritengo che la conoscenza, specialmente tra i genitori, del significato di mentalizzazione e delle modalità tramite le quali è possibile promuoverla possa avere risultati molto positivi sull’educazione delle nuove generazioni e sulla trasmissione di valori fondamentali per lo sviluppo, quali l’apertura mentale e l’empatia.
Mattia Meneghini
mattia.meneghini03@gmail.com
Bibliografia:
Colli, A. (2024). Il desiderio di essere capiti. Rotture, mentalizzazione, intersoggettività. Raffaello Cortina Editore
Fonagy, P., & Bateman, A. W. (2006). Mechanisms of change in mentalization-based treatment of BPD. Journal of clinical psychology, 62(4), 411–430. https://doi.org/10.1002/jclp.20241
Luyten, P., & Fonagy, P. (2015). The neurobiology of mentalizing. Personality disorders, 6(4), 366–379. https://doi.org/10.1037/per0000117
Norcross, John C., and Michael J. Lambert, ‘Evidence-Based Psychotherapy Relationship: The Third Task Force’, in John C. Norcross, and Michael J. Lambert (eds), Psychotherapy Relationships that Work: Volume 1: Evidence-Based Therapist Contributions, 3 edn (New York, 2019; online edn, Oxford Academic, 1 May 2019), https://doi.org/10.1093/med-psych/9780190843953.003.0001

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