LinkedIn, ergo sum

Tempo di lettura: 4 minuti

Il titolo prende spunto dal capitolo de “La tirannia della valutazione” di Angélique Del ReyValutato, ergo sum”. In questo capitolo viene affermato che la valutazione produce l’individuo e che quindi vi è una totale identificazione dell’essere con la stessa. Individui valutati in virtù delle loro performance, dove la vita stessa diventa un mezzo tramite cui acquisire competenze, completamente estraniate dal contesto, dai legami, dalle relazioni. Tutte queste ultime, però, componenti causali e totalmente riconducibili alla possibilità stessa di acquisirle. Le competenze, quindi, diventano una sorta di prodotto, che solo chi ha avuto la giusta materia prima e i giusti strumenti è riuscito ad ottenere. Prodotti che, al giorno d’oggi, vengono inglobati in un enorme catalogo a disposizione di tutti: LinkedIn

LinkedIn è un servizio web di rete sociale impiegato principalmente nello sviluppo di contatti professionali e nella diffusione di contenuti specifici relativi al mercato del lavoro”, così afferma Wikipedia. In altre parole, proseguendo il precedente discorso, LinkedIn fornisce libero accesso, a valutati e valutatori, ad un cospicuo numero di individui, che sono tali in nome dei prodotti che nel tempo hanno creato. O meglio, il fatto di apparire in determinate ricerche, di essere più o meno visibile, di avere dei diversi ranking in base a specifiche caratteristiche, se pragmaticamente possono sembrare delle facilitazioni, ai miei occhi appaiono delle vere e proprie definizioni. “Isabella, tu non hai fatto nessun’esperienza di volontariato all’estero: non vali”. “Isabella, nonostante tu parli bene l’inglese, non hai un certificato che lo dimostri: non vali”. Sono queste le frasi che echeggiano nella mia testa quando mi capita di aprire la mia pagina personale, dopo essere incorsa in innumerevoli altri profili.

In ogni caso, nonostante dedurre che io non valga possa parere eccessivo, la restante parte delle frasi sopra riportate è ciò che effettivamente emerge. Ma perché non ho partecipato a nessuna esperienza di volontariato all’estero? Dipende da me, come individuo, che ha meno spinta motivazionale e migliorativa di chi l’ha invece fatta, o dipende dal contesto in cui sono cresciuta? La mia famiglia, la relativa disponibilità economica, i miei pari, il contesto?

O ancora, come posso inserire e valorizzare l’aver letto un’infinità di libri di risorse umane che però, in quanto lettura di “piacere”, non è certificabile? Però perché quel costosissimo mini-corso di poche ore, con il relativo certificato, che probabilmente mi ha insegnato solo poche nozioni, “fa curriculum” e mi distinguerà da un altro candidato che si propone per una posizione lavorativa insieme a me? 

Come riuscire a far emergere tutte queste determinanti puramente qualitative e personali, assieme alle relative implicazioni, in degli spazi vuoti che non ho la possibilità di riempire?

Ed è qui che arrivo al punto del mio discorso: il problema di LinkedIn, a mio avviso, è che non chiede il perché. E non chiede nemmeno il come. Chiede quanto, quando e cosa. E anche se quel  cosa può avere una parvenza qualitativa, in realtà ti spinge semplicemente a riportare dati prettamente formali, ossia il job title, la mansione, le competenze apprese: i prodotti. Gli stessi prodotti che danno forma al tuo profilo e a sua volta te come individuo.

Ed è così che questa piattaforma è diventata una gara a chi ha più prodotti da vendere, chi li espone meglio, chi li vende meglio. Portando le persone a diventare le imprese di loro stessi, affamate di vantaggio competitivo, di visibilità, di utile. I più avvezzi della materia lo chiameranno “personal branding”, io invece fatico a descriverlo diversamente da una riduzione e “artefattizzazione” dell’individuo.

Certo, LinkedIn ti dà la possibilità di condividere post testuali, in cui non è presente alcun vincolo riguardo gli argomenti da trattare. Ma se la logica di fondo rimane quella di vendita, chi si sentirà spinto e motivato a condividere prodotti apparentemente non appetibili sul mercato? Qualcosa che non può essere messo in vendita, ma appartiene di natura a te e solo a te?

Cosa accadrebbe quindi se LinkedIn iniziasse a chiedere il perché? Il come? Smettendo di forgiare individui prestanti e iniziando a elicitare aspetti più qualitativi e non riconducibili a numeri, certificati, guadagni? Modificando quindi il suo intento?

Gli individui, a mio avviso, inizierebbero a conoscere e ad essere spinti da una motivazione diversa: il piacere. Un piacere che, di questi tempi, ha estremo bisogno di essere disinteressato, di non perseguire un fine ma, piuttosto, di essere il fine stesso.

Di Isabella Battistutto

isabella.battistutto01@icatt.it

Bibliografia e sitografia

Del Rey, A. (2013). La tirannia della valutazione. 2013. Elèuthera.

https://it.wikipedia.org/wiki/LinkedIn

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