“Removed”: Una fotografia del maltrattamento infantile

Tempo di lettura: 7 minuti

ReMoved è un cortometraggio del 2013 diretto da Nathanael Matanick che vuole sensibilizzarci al tema del maltrattamento infantile dandoci la possibilità di calarci nella vita e nei pensieri di Zoe, una bambina di 10 anni vittima di violenza all’interno del suo contesto familiare e di un sistema di servizi poco funzionale.

Il film inizia con Zoe impegnata nella cosiddetta inversione di ruolo tra lei e i suoi genitori che si trovano in una condizione di instabilità psichica (padre alcolizzato e violento, madre vittima di violenza fisica e psicologica). La bambina vive quindi in un contesto di abuso, violenza e incuria in cui non c’è alcuno spazio fisico o mentale dedicato all’infanzia: nessuna relazione stabile e affettivamente supportiva per lei e il fratellino, mancanza di protezione fisica, nessuno spazio ed esperienza pensati per garantire uno sviluppo ottimale, assenza di limiti o contenimenti se non quello della paura. Zoe è una piccola adulta carica di responsabilità che gestisce mostrandosi indipendente sia dal punto di vista pratico che affettivo.

Nel corso del tempo Zoe mette in atto diversi meccanismi di difesa come l’isolamento dell’affetto (per cui vive le esperienze tralasciandone l’aspetto emotivo), mentre in altri momenti attiva difese di tipo dissociativo e di ritiro dall’esperienza (“Certe volte qualcuno ti fa tanto male, al punto di non sentire più il dolore”). Si sente incompresa, abbandonata, impotente, in balia dei suoi pensieri e delle sue emozioni, fatica a definire sé stessa, non riesce a iniziare la costruzione della propria identità tanto da mettere in discussione la propria esistenza. La bambina assume dei comportamenti che sembrano finalizzati a mantenere un equilibrio nel caos in modo da creare degli spazi sicuri. Quando la polizia arresta il padre, Zoe ci racconta di avere l’impressione che la cosa che la stava tenendo in piedi allo stesso tempo la buttava giù, come ad indicare un iper-adattamento ad un contesto inospitale all’infanzia dove ha trovato stabilità ma che alla fine è lo stesso ambiente che non le permette di crescere in modo ottimale, in un circolo vizioso. In alcuni momenti sembra rendersi conto che quella non è la normalità ma tutti i suoi comportamenti, sentimenti e sintomi sono ciò che le servono per abitare questo mondo e quindi, nel momento in cui avviene l’arresto, il suo primo istinto è quello di scappare, spaventata dal modo in cui la situazione è stata gestita. Di fronte all’arresto del marito, la madre cerca di rincorrerlo lasciando ancora una volta i bambini a loro stessi. Nel momento in cui a Zoe viene portato via il fratello nei suoi occhi appare il terrore: il rapporto che ha con il fratellino è l’unico affettivamente stabile che conserva nella sua vita e che le serve per sostenere il solo aspetto identitario riconosciuto da Zoe cioè mantenersi un punto di riferimento stabile per il fratello, occuparsi di lui e fare in modo che sia il più protetto possibile. In quel momento tutto il mondo di Zoe crolla spingendola verso un ritiro di tipo depressivo. In questo caso anche i servizi agiscono in maniera violenta: Zoe non riceve spiegazioni su quanto sta accadendo, della fine che faranno lei e la sua famiglia.

In spazio neutro con la madre, la bambina è scocciata dalla sua presenza e dal fatto che non riesca a calmare il fratellino, il quale si lascia tranquillizzare solo dalla sorella, quasi fosse la persona con cui ha sviluppato un attaccamento sicuro. Sicuramente questo è dovuto anche all’inattività dell’assistente sociale, il quale mostra un marcato disinteresse rispetto alle dinamiche in atto: invece che osservare la situazione e sfruttare le sue competenze per favorire l’interazione, guarda il cellulare. È difficile dare senso a questo comportamento: certo fornisce l’immagine di un servizio di tutela presente unicamente a livello burocratico e non impegnato a garantire il benessere dei bambini (Zoe viene separata dal fratello e poi portata sia dalla prima che dalla seconda famiglia affidataria con tutte le sue cose in un sacco della spazzatura che lei stessa trascina); oppure tutto ciò potrebbe evidenziare una difficoltà dell’operatore nel gestire il carico emotivo di una situazione sicuramente drammatica e difficile.

Zoe arriva quindi nella prima famiglia affidataria e sembra allo stesso tempo oppositiva e rassegnata: sfida la nuova famiglia forse alla ricerca di comprensione o contenimento emotivo e comportamentale. Un’altra ipotesi è che la bambina cerchi di fuggire da questa famiglia, di ribellarsi, forse per esprimere i suoi bisogni relazionali: ricongiungersi al fratello, essere effettivamente desiderata e “vista” dalla famiglia che decide di accoglierla, avere un riscontro affettivo adeguato. Questa prima famiglia affidataria mostra tutti i suoi limiti nell’accogliere una bambina con un vissuto traumatico come quello di Zoe: la loro risposta è coercitiva e punitiva. Nulla di diverso da quanto la bambina ha sempre vissuto. È quindi immediato il fallimento di questa relazione.

Zoe cambia famiglia affidataria e continua ad esprimere timore nel concedersi di essere bambina, accudita e apprezzata, sembra non sapere come si faccia e agisce comportamenti aggressivi-provocatori sia fisici (stracciando un libro) sia verbali ed emotivi (“ti odio”), cercando di tutelarsi da un’ulteriore delusione. Sicuramente esiste un bisogno di fondo di ricostruire una relazione di attaccamento sicuro con un caregiver disponibile. La perseveranza e la pazienza della madre affidataria avvicinano Zoe che inizia ad essere emotivamente più disponibile e fiduciosa. Importante è il momento di incomprensione tra la madre affidataria e Zoe, quando la prima regala un vestito colorato alla bimba: per Zoe ha un significato ben preciso (umiliazione, dolore fisico ed emotivo, paura, solitudine, disprezzo) mentre per la madre affidataria ne ha un altro (cura, valorizzazione). La bambina, quindi, aggredisce per non essere aggredita: il vestito è il trigger che riattiva uno schema relazionale specifico appreso nella famiglia d’origine che terrorizza Zoe, la quale non ha molti strumenti emotivi per gestire questi ricordi intrusivi e minacciosi. L’esito è un’autoregolazione disfunzionale fatta di estremi: il ritiro o l’aggressione. Inoltre, questa difesa potrebbe anche nascondere il bisogno inconscio di padroneggiare l’ansia associata a sentimenti e desideri proibiti come per esempio il fatto di aver compreso che i suoi genitori hanno fisicamente ed emotivamente abusato di lei e hanno avuto un atteggiamento di incuria nei suoi confronti e nei confronti del fratello, e di odiarli per questo ma allo stesso tempo desiderare la vicinanza della madre naturale. Questo la porta ad avere sentimenti contrastanti e complessi. L’aggressività potrebbe essere anche frutto di un meccanismo di introiezione a seguito delle aggressioni subite nella famiglia d’origine e nella prima famiglia affidataria. Quando la bambina vede la reazione dispiaciuta della donna sembra capire che, al contrario di come è sempre accaduto, accettare il dono avrebbe avuto risvolti positivi; pare quindi che Zoe voglia rimediare e fidarsi. Tuttavia, mentre Zoe sta per mostrarsi nel suo nuovo aspetto, ha l’impressione che la madre affidataria voglia mandarla via e decide di scappare, forse per anticipare un ulteriore rifiuto e mantenere un controllo sulla sua vita. Mentre Zoe svuota i cassetti, rompe la sua bambola che è presente per tutto il cortometraggio come unico riferimento al gioco, alla spensieratezza e alla fantasia che dovrebbero essere elementi tipici e funzionali dell’infanzia. A questo punto si svela l’incomprensione: la madre affidataria ha compreso che uno dei bisogni emotivi e relazionali cardine della bambina sia quello di ricongiungersi con il fratello, di sentirsi amabile e di potersi fidare. In questo caso vediamo come sia emotivamente e praticamente complesso il ruolo del genitore affidatario che qui cerca di mettere in atto tutte le sue competenze psicologiche e relazionali per comprendere le sofferenze della bambina e alleviarla con un mezzo comunicativo che quest’ultima conosce bene: l’azione.

Di Laura Messina

laura.messina01@icatt.it

Bibliografia e sitografia

McWilliams, N. (2012). La diagnosi psicoanalitica. II edizione. Astrolabio, Roma.

Greco, O., & Iafrate, R. (1993). Tra i meandri dell’affido. Un percorso di ricerca (pp. 7-112). Vita e pensiero.

Greco, O., & Iafrate, R. (2001). Figli al confine. Una ricerca multimetodologica sull’affidamento familiare. Franco Angeli.

Kaneklin L. S. & Comelli I., (2013). Affido familiare. Sguardi e orizzonti di accoglienza. Milano: Vita e Pensiero.

Rossi, G., & Scabini, E. (2014). Allargare lo spazio familiare: adozione e affido.

Tambelli (2017). Manuale di Psicopatologia dell’Infanzia. Il Mulino.

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