Dallo stigma sociale alla formulazione di criteri diagnostici condivisi: breve panoramica storica sul trauma

Tempo di lettura: 7 minuti

Il linguaggio comune comprende molte parole, appartenenti al lessico medico e psicologico e tristemente usate, spesso, a sproposito. “Oggi mi sento depresso”, “Che ansia!”, “Continui a cambiare idea… Sembri bipolare!” e chi più ne ha, più ne metta. La parola “trauma” non fa eccezione. Ci sono voluti decenni prima di arrivare a un quadro di riferimento più o meno condiviso rispetto alla condizione delle persone traumatizzate. Si tratta di una storia che non si può definire breve e neanche indolore, come si cercherà di illustrare nelle prossime righe, che non esauriscono l’argomento, per quanto ci si augura che risultino quanto più chiare possibile ai lettori.

Fino al XVIII secolo, in Europa, chi si occupava di situazioni e problemi inerenti al benessere, alla salute mentale e alla psicopatologia era unicamente il medico, il fisiologo, il ministro del culto o figure simili. Avrebbero avuto luogo solo un secolo più tardi eventi quali “la pubblicazione dei Principi di psicologia di William James, le ricerche pionieristiche di Sigmund Freud sulle cause e il trattamento delle nevrosi, la fondazione della American Psychological Association, l’apertura della prima clinica psicologica all’università di Pennsylvania e la considerevole attività che ha avuto come esito l’elaborazione dei test mentali” (Reisman, 1999, p. 10).

Soprattutto fra i “non addetti ai lavori”, era diffusa una considerazione molto negativa di chi risultava “traumatizzabile” più facilmente di altri: questi, infatti, nella misura in cui non risultavano di essere in grado di affrancarsi dalle memorie legate al trauma (in particolare, da quelle riconducibili a violenze sadiche o aggressioni sessuali), erano tacciati di perversione e immoralità.

Di altro avviso erano i professionisti, per quanto ancora non vi fosse una letteratura scientifica tale da indicare, correttamente e puntualmente, l’eziologia, la prognosi e i possibili interventi terapeutici per questa condizione. Reisman (1999) rende al “trattamento morale”, raccomandato, fra gli altri, dal francese Philippe Pinel intorno a quegli anni, il merito di avere, quantomeno, contrastato l’idea che i soggetti con patologia mentale necessariamente “fossero ‘posseduti’ e che avessero attirato su di sé i loro mali con il loro agire perverso” (pp. 12-13).

Pochi decenni più tardi, nel corso della guerra di secessione americana (1861 – 1865), vari uomini al fronte andavano maturando un quadro sintomatologico indicato, dai professionisti dell’epoca, come “cuore del soldato”: in particolare, essi denunciavano fiacchezza e fastidiose palpitazioni. Altrove, si parlava di “nostalgia”, in riferimento alle truppe inviate in missione lontane da casa e con poche aspettative di tornare in patria sani e salvi. Per costoro, le indicazioni mediche dell’epoca prevedevano l’utilizzo della purga, nella speranza che tale trattamento potesse agevolarne i processi digestivi, restituendo loro, così, un po’ di “vitalità”. A fronte di un (prevedibile) insuccesso terapeutico, si cercava di distrarre, per quanto fosse possibile, tali soggetti. In extrema ratio, li si congedava: un intervento che, nella maggioranza dei casi, finalmente sortiva l’esito sperato (Jones, 2006), per quanto ci si possa immaginare come non fosse visto con particolare benevolenza dai commilitoni.

Occorreva attendere i primi anni ’80 del XIX secolo, perché alle condizioni di malessere simili a quelle indicate sopra si desse, finalmente, il nome di “trauma psichico”. A offrire tale definizione fu il patologo Adolf Strümpell, nel corso di una serie di lezioni, presso l’università di Lipsia, inerenti alle cause delle patologie a carico del sistema nervoso (Erbguth & Neundörfer, 2000).

Nei decenni a venire, la riflessione su questioni inerenti alla psicologia, in senso stretto, si fecero, un passo dopo l’altro, maggiormente vivaci, ma “la musica non cambiò”. Lo stigma nei confronti di chi esibiva un quadro sintomatologico riconducibile al trauma, indice, secondo l’opinione pubblica, di “volontà debole”, continuava a essere un leitmotiv. Freud, in seguito, suggerì che l’effetto iatrogeno, in età adulta, di alcuni eventi drammatici fosse riconducibile alla riattivazione di traumi infantili. Tale teoria portò con sé almeno un pro e un contro: da un parte, essa esplicitò come nessuno possa giudicarsi “immune” alle conseguenze del trauma, in quanto non è facile “osservare” o prevenire quest’ultimo, nella misura in cui viene vissuto a un livello intrapsichico e, in larga misura, dimenticato; dall’altra, offre nuove possibilità di accusare le vittime, in forza di una presunta fragilità di fondo o, addirittura, di un eccesso di pulsioni sessuali e aggressive (Sbattella, 2020).

Un elemento di rottura si ebbe nel 1917, quando Ferenczi, impegnato al fronte in qualità di medico, fece notare come le mutilazioni, in particolare quelle al volto e alla zona genitale, fossero capaci di danneggiare l’Io di un essere umano. Poste queste premesse, prese a concentrarsi sull’impatto della stimolazione sensoriale sulla psiche, al di là delle dinamiche inconsce sulle quali si era tanto dibattuto in precedenza (ibid.).

Altri si occuparono, poi, di approfondire il trauma dal punto di vista relazionale: alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, Bowlby lo intese come il frutto di un’improvvisa lacerazione del legame di attaccamento; su questa linea, produsse alcuni interessanti lavori sul processo di elaborazione del lutto (ibid.). Mappe concettuali e reti semantiche intorno al concetto di trauma si allargavano sempre di più, arrivando a comprendere i legami interpersonali della persona traumatizzata, i suoi processi cognitivi, i modelli operativi interni, le risorse a sua disposizione, i vincoli e le fragilità con i quali dovrà fare i conti, variabili contestuali, ecc. Nel corso dei decenni, vari professionisti hanno portato avanti le riflessioni di Bowlby. Fra questi, vi è Patricia McKinsey Crittenden, la quale, contribuendo a un volume a cura di Vittoria Ardino (2014), ha suggerito che ogni comportamento, per quanto possa risultare sintomatico o disadattivo, abbia un senso e abbia carattere dinamico. Secondo questa logica, anche i sintomi di PTSD andrebbero intesi come parte di una strategia auto-protettiva e, dunque, funzionali, a fronte di alcune circostanze. Le informazioni impiegate nella definizione di tali strategie sarebbero frutto proprio dei legami di attaccamento. Il modello proposto dall’autrice ha il merito di porre in continuità i processi di elaborazione impiegati in una condizione normotipica e quelli propri dei contesti emergenziali. L’ipotesi è che l’analisi e l’integrazione delle informazioni in situazioni di pericolo siano simili ai processi in opera abitualmente, ma siano attivati in modo caotico, incompleto e maggiormente rapido (Sbattella, 2020). Prima di lavorare per una remissione del quadro sintomatologico, in definitiva, andrebbe compreso quale ruolo eserciti il sintomo stesso per il mantenimento di un equilibrio (per quanto precario) da parte del soggetto.

Poco più di quarant’anni fa, con la promozione di azioni legali da parte dei soldati americani, reduci dal Vietnam, si incoraggiò, inoltre, la definizione di un preciso quadro, intorno al quale aggregare le osservazioni sul trauma. Dopo alcuni anni di confronto, di lavoro e di approfondimento, il disturbo da stress post-traumatico venne indicato, quale diagnosi autonoma, all’interno del DSM-III (1980; Sbattella, 2020). Fino al DSM-IV-TR, però, si rimandava, per il PTSD (e, per inciso, anche per i disturbi ossessivi) al capitolo inerente ai disturbi d’ansia. Questo ha sollevato le perplessità di vari professionisti: è vero che varie caratteristiche sono comuni (per esempio, tutti e tre i quadri diagnostici indicati hanno a che vedere con il problema dell’angoscia, sia essa legata al controllo, al senso di colpa, a stimoli specifici o ad altro ancora); altre, però, sono peculiari dei disturbi associati a un vissuto traumatico, il che non consente un collocamento netto e condiviso fra gli “addetti ai lavori” (il fatto stesso che, per formulare una diagnosi di PTSD, occorra che il paziente abbia vissuto sulla propria pelle una situazione traumatica o ne sia stato spettatore è qualcosa che distingue tale quadro clinico dagli altri, per i quali, invece, non risulta necessario questo requisito). La quinta edizione (2013) prevede, per tale motivo, un capitolo apposito (il n. 7, per essere precisi): “Disturbi legati al trauma e allo stress”.

L’indicazione, all’interno del manuale diagnostico, di un evento stressante acuto d’estrema gravità, quale fattore chiave per la diagnosi di PTSD, porta a riconoscere formalmente il fatto che si possano subire effetti negativi, associati a situazioni drammatiche, indipendentemente dalla propria storia clinica (Sbattella, 2020). Questo vale a dire che la causa prima del disturbo andrebbe individuata in uno stimolo esterno (in particolare, in un evento traumatico, appunto), piuttosto che nella persona e nelle sue istanze intrapsichiche: una presa di posizione significativa, considerato quanto viene suggerito da alcune fra le teorie, precedentemente passate in rassegna.

Di Fabio Faverzani

  • BIBLIOGRAFIA
  • Ardino, V. (Ed.). (2014). Il disturbo post-traumatico nello sviluppo. Milano: Ed. UNICOPLI.
  • Erbguth, F. J., & Neundörfer, B. (2000). Adolf Strümpell (1853-1925). Journal of neurology247 (7), 575-576.
  • Jones, E. (2006). Historical approaches to post-combat disorders. Philosophical Transactions of the Royal Society B: Biological Sciences361 (1468), 533-542.
  • Reisman, J. M. (1999). Storia della psicologia clinica. Milano: Cortina.
  • Sbattella, F. (2020). Manuale di psicologia dell’emergenza. Milano: F. Angeli.

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