IL DENTRO È FUORI: SOGNO O SONO SVEGLIO? La teoria psicoanalitica del sogno e della psicosi come modello estetico narrativo

Tempo di lettura: 5 minuti

Avete presente quel tipo di film, serie o romanzo dove, a un certo punto, vi rendete conto di esservi persi nell’interiorità del protagonista e non riuscite più a distinguere la realtà dalla fantasia? In quel preciso momento angoscia e confusione vi assalgono, fate fatica a staccarvi dallo schermo o ad abbandonare la lettura, mentre vi immergete nel dramma sempre di più… Se vi dicessi che in qualche modo è proprio la psicoanalisi freudiana ad aver spalancato la porta a questo paradigma estetico narrativo?

Procediamo con ordine: vorrei definire questo paradigma caratterizzato da un narratore inattendibile (qualcuno che ci racconta una storia, tendenzialmente come personaggio interno ad essa, ma di cui non ci è possibile fidarci rispetto alla verità letteraria di ciò che racconta) con una semplice e chiara formula: “Il dentro è fuori”. Il mondo interiore del personaggio, con le sue angosce e i suoi desideri si mescola a quello esterno, lo invade e non è più possibile reperire un confine netto fra i due. Questo modello è riscontrabile in capolavori del cinema carichi di tensione come “Shutter Island” dove un detective, indagando su un caso di fuga da un manicomio criminale di un paziente, si imbatte tragicamente come Edipo nella propria verità, o in “The Babadook”: horror psicologico che materializza in un mostro le forze aggressive e distruttive presenti nel legame invischiato e viscerale tra una madre rimasta vedova e un figlio traumatizzato.

Credo che la fonte di questo stile narrativo sia direttamente connessa alla rivoluzione portata da Freud e i suoi allievi nella cultura artistica, rispetto al modo di pensare alla mente umana attraverso il concetto di inconscio psicodinamico. Pionieri di questo legame fecondo tra psicoanalisi e cinema sono con le loro magistrali sequenze oniriche autori come Kubrick, Hitchcock e Bergman, in letteratura un esempio è invece il romanzo di American Psycho di Bret Easton Ellis, diventato poi un film cult.

Freud definisce il sogno come la soddisfazione mascherata di un desiderio infantile rimosso. Questa idea rivoluzionaria nel panorama scientifico, il sogno come via regia per l’inconscio e proiezione simbolica dell’interiorità nell’oscurità del sonno, ha influenzato profondamente letteratura e cinema. Cos’è infatti nella visione psicoanalitica il sogno se non un film di cui siamo registi e attori inconsapevoli? La dimensione onirica per Freud appare come il paradigma più chiaro ed estremo di questa estetica. Il “dentro” va a coincidere con il fuori, nel sogno per Freud ci muoviamo in noi stessi e facciamo esperienza delle nostre stesse paure, desideri e angosce trasformate in esperienze sensoriali ed immagini.

L’altro modello di riferimento per questa estetica surrealista, resa celebre da registi come David Lynch, è la lettura psicoanalitica della schizofrenia e dei disturbi dello spettro psicotico, iniziata con l’analisi delle memorie del presidente Schreber dallo stesso Freud, e portata avanti magistralmente da autori come Bion o Bollas. Parlo della volontà freudiana di interpretare la follia come il tentativo di una mente, dopo un ritiro estremo, di ritornare alla realtà, proiettando in essa i propri tormenti e desideri, attraverso deliri e allucinazioni e la riflessione bioniana sulla psicosi come funzionamento psichico in cui un soggetto, incapace di elaborare un’esperienza emotiva coerente e stabile della realtà, cerca di negarla e trasformarla, invadendola con i propri contenuti mentali non metabolizzati.

In queste complesse riflessioni non possiamo non riconoscere l’eco di tanti film o libri in cui il protagonista, di solito in seguito ad un trauma, vive l’esperienza tragica della propria realtà in frammenti, come vediamo nel Cigno Nero di Aronofsky. Potremmo considerare questo modello come il punto di mezzo nel continuum estetico-narrativo dove il punto zero sarebbe un ideale momento in cui realtà e fantasia non hanno nessun contatto. Situazione impossibile di fatto. Anna Freud, analizzando i meccanismi di difesa, ha largamente dimostrato quanto siano necessari alla nostra esistenza una quota di menzogna ed illusione nel nostro rapporto complicato con la realtà.

Il punto mediano sarebbe quindi la posizione che ricorda il funzionamento psicotico, dove il confine tra dentro e fuori inizia a sfumare e l’esame di realtà si perde. Il punto estremo sarebbe invece la situazione del sogno e caratterizzerebbe quei romanzi e quei film in cui la narrazione abbandona senza più pretese la realtà e tutto diventa mentale, dove letteralmente “il fuori è dentro” e viceversa. Tutto ciò che vediamo diventa simbolo e drammatica rappresentazione della storia e dell’interiorità del personaggio.

Avreste mai pensato che le riflessioni di Freud e dei suoi successori avrebbero influenzato così tanto la nostra cultura artistica fino a darci brividi e tenerci incollati ad uno schermo o ad un libro costringendoci con inquietudine a chiederci: “Sogno o son sveglio?”

Di Emanuele Locatelli

shamaneman333@gmail.com

BIBLIOGRAFIA

Freud, S. (1915). Introduzione alla psicoanalisi (Vol. 123). Newton Compton Editori.

Freud, A. (1952). L’Io ei meccanismi di difesa. Giunti Editore.

Freud, S. (1910). Il caso clinico del presidente Schreber. Casi clinici e altri scritti 1909.

Bion, W. R. (2001). Trasformazioni. Il passaggio dall’apprendimento alla crescita. Armando Editore.

Ellis, B.E. (1991). American Psycho. Einaudi Editore.

FILMOGRAFIA

Shutter Island, Martin Scorsese (2010)

 Il cigno nero, Darren Aronofsky (2011)

The Babadook, Jennifer Kent (2014)

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