DISSONANZA COGNITIVA: L’ARTE DI MENTIRE A SÈ STESSI

Tempo di lettura: 8 minuti

Nel quotidiano spesso accade che i comportamenti che mettiamo in atto siano in contraddizione con idee, convinzioni e valori che riteniamo razionalmente logici ed auspicabili. Prendiamo ad esempio una situazione che, con diverse sfumature, si può considerare comune nell’esperienza di vita di tutti noi: durante una dieta volta ad un regime alimentare sano o alla perdita di peso, sono consapevole che mangiare alcuni cibi particolarmente grassi diventerà un ostacolo all’obiettivo desiderato, ma nonostante io lo sappia, decido comunque di farlo perchè quei cibi mi piacciono molto.

Seppur in modo semplificato, questo appena presentato è uno tra i tanti esempi di ciò che in psicologia viene definito come dissonanza cognitiva.

Quello della dissonanza cognitiva è un costrutto elaborato nel 1957 da Leon Festinger, psicologo statunitense, che si riferisce ad una dissociazione mentale tra le proprie cognizioni ed il proprio comportamento, nel tentativo di giustificare le nostre abitudini o i nostri atteggiamenti contraddittori con atteggiamenti razionali privi di fondamento.

Il principio alla base della teoria della dissonanza cognitiva si basa sull’assunto secondo cui l’individuo mira alla coerenza con sè stesso e, quando questa viene a mancare, mette in atto dei meccanismi mentali per cui viene stabilita una coerenza fittizia, andando quindi a “mentire a sé stesso”.

Quando dobbiamo prendere una decisione, infatti, può accadere che gli elementi a nostra conoscenza siano reciprocamente conformi, e che quindi ciò che metto in atto corrisponda alle mie idee e opinioni: in questo caso, si parla di consonanza cognitiva e pertanto non insorge alcun problema. Al contrario, può accadere che gli elementi sui quali dovranno poggiare le nostre scelte si trovino in reciproca contraddizione, generando nell’individuo uno stato di dissonanza cognitiva e di conseguente angoscia. Secondo Festinger, in questo caso, l’esistenza simultanea di cognizioni che in un modo o nell’altro non concordano, induce il soggetto a sforzarsi di farle concordare al meglio per ridurre l’angoscia derivata dall’incongruenza. La riduzione della dissonanza in campo psicologico è da considerarsi analoga al meccanismo fisiologico che mantiene l’omeostasi nell’organismo: l’individuo deve in sostanza “far tornare i conti”.

Ma come si riduce la dissonanza cognitiva?

Esistono diversi meccanismi che sono facilmente raggruppabili in tre modalità prevalenti:

  • Si modifica il proprio comportamento in modo che diventi coerente con il pensiero;
  • Si modificano le proprie cognizioni facendole perdere di rilevanza o cercando il sostegno di altri per confermare le proprie opinioni chiaramente poste in dissonanza dai fatti;
  • Si tenta di modificare l’ambiente ricercando informazioni selezionate e filtrate, ponendo attenzione unicamente su quelle che siano a supporto del comportamento messo in atto.Se prendiamo come esempio un individuo che sa che il fumo è nocivo, ma ciò malgrado continua a fumare, quello di cui egli può convincersi per ridurre la dissonanza è:
  • che gli piace tanto fumare da valerne la pena;
  • che le probabilità di danno sono esigue;
  • che non si possono evitare tutti i pericoli e vivere bene;
  • che se smettesse di fumare ingrasserebbe.

Uno degli esperimenti più famosi con cui Festinger e collaboratori hanno indagato e dimostrato tale fenomeno fu condotto nel 1959 presso l’Università di Stanford.

Durante l’esperimento, dei ricercatori chiedevano ad un soggetto per volta di prestarsi a svolgere un compito particolarmente noioso, in cui dovevano fare movimenti lenti e monotoni roteando figure geometriche per circa un’ora. A conclusione del compito chiedevano al soggetto di mentire, facendo credere al partecipante successivo che l’esperimento era invece molto eccitante e divertente. Per fare questo, come ricompensa, ad un gruppo di soggetti veniva dato 1 dollaro, mentre ad un altro gruppo 20 dollari.

A fine esperimento, i partecipanti furono sottoposti ad un’intervista sulla gradevolezza del compito dalla quale emersero dei risultati molto interessanti: coloro che avevano ricevuto 20 dollari, affermarono che il compito era stato assai noioso, ma che era valsa la pena di mentire per la ricompensa ricevuta. Coloro che invece avevano ricevuto 1 solo dollaro, minimizzarono la monotonia e la noia del compito, sostenendo addirittura che prendervi parte era stato abbastanza bello e divertente. Ciò accade poichè, verosimilmente, questi soggetti tentavano di riequilibrare la dissonanza cognitiva derivata dal fatto di mentire per un compenso così misero, e che quindi veniva percepita come più intensa rispetto a chi era stato maggiormente ricompensato. L’unico modo di ridurre tale dissonanza era quello di cambiare le proprie cognizioni e di giudicare il compito sperimentale non poi così noioso, in una sorta di autogiustificazione.

La dissonanza cognitiva, infatti, è collegata in maniera molto stretta all’autogiustificazione ed in alcuni casi può anche esserci di grande aiuto per attenuare il peso della decisione presa. Quando ci troviamo nella situazione di dover porre fine ad una rapporto amoroso, per esempio, oppure davanti alla perdita di un lavoro o ad altre situazioni che non sono andate come speravamo, l’autogiustificazione in un primo momento può aiutarci davvero a superare un momento difficile. Tuttavia, soprattutto nei soggetti che soffrono di bassa autostima, la dissonanza cognitiva può portare a mentire a sé stessi in modo reiterato nel tempo per nascondere le proprie debolezze e fragilità, andando ad innescare un circolo vizioso difficile da interrompere. Le persone possono finire con l’ingannare sè stessi al punto di diventare incapaci di valutare e trarre profitto dalle proprie esperienze. Alcune volte può accadere che le tendenze in conflitto siano talmente profonde da risultare sconosciute all’individuo stesso, che non riesce ad individuarle e ad acquisirne il controllo e di conseguenza vaste aree del suo comportamento saranno orientate da reazioni inconsce, fino al punto che la libertà e la capacità di scelta saranno grandemente menomate.

Bisogna però riconoscere che questa teoria ha dato vita anche a quella che nell’ambito del colloquio motivazionale viene chiamata “frattura interiore”, ovvero la percezione dell’incoerenza tra la condizione in cui una persona si trova e quella in cui pensa che dovrebbe o vorrebbe trovarsi, percezione che in molti casi motiva e dà il via al processo di cambiamento di abitudini disfunzionali.

Conoscere quindi le caratteristiche e le manifestazioni di questo fenomeno che il nostro cervello mette in atto più o meno volontariamente, permette di interrogarci sulle nostre azioni e sulle nostre cognizioni essendo consapevoli tanto dei fattori protettivi, quanto di quelli disadattivi della dissonanza cognitiva.

Di Anna Scolari

annascolari7@gmail.com

BIBLIOGRAFIA:

  • Carlsmith JM., Festinger L.A. (1959). Cognitive Consequences of Forced Compliance. Journal of Abnormal and Social Psychology, 58, 203-210.
  •  Festinger L. A. (1957). Theory of Cognitive Dissonance. Evanston, IL: Ros, Peterson

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